Chi era Hitler?
Figlio di un piccolo funzionario delle dogane asburgiche, Hitler va a vivere giovanissimo a Vienna per tentare l’avventura sognata: diventare pittore. Cerca nel 1907 di entrare all’Accademia di Belle arti, ma all’esame di ammissione viene respinto per due volte. Disoccupato, trascorre le giornate nelle biblioteche pubbliche a leggere libri di ogni genere, scelti a caso, com’è tipico degli autodidatti. E’ affascinato dal mondo della magia, dell’occulto, del paranormale, dell’iniziatico; manifesta precocemente un vivo interesse per la politica. Dotato di una memoria ferrea, ordinata, catalogatrice, divora la stampa socialdemocratica, gli opuscoli antisemiti e pubblicazioni di storia ed economia. A quest’epoca il suo ideale è rappresentato dal pangermanesimo di Georg Ritter von Schonerer (1842 – 1921), un ideologo austriaco che – ossessionato dal timore di un accerchiamento delle popolazioni tedesche da parte degli slavi, considerati culturalmente inferiori e barbari – fonda la sua dottrina sul nazionalismo, sull’antisemitismo, sull’antisocialismo, sull’unione dell’Austria alla Germania, sull’opposizione agli Asburgo e al Vaticano.
Esposto a simili influenze e animato da sentimenti di avversione per il mondo, tipici di un individuo socialmente isolato, Hitler non tarda a ribadire alcuni degli orientamenti che caratterizzeranno la sua visione politica negli anni della maturità: supremazia della razza tedesca, pangermanesimo, condanna senza appello della democrazia e, sopra ogni cosa, avversione per gli ebrei .
In questi, Hitler ravvisa il principio stesso del male e della distruzione, l’ “elemento spurio” che tende ad assicurarsi l’egemonia mondiale attraverso la corruzione sistematica, il delitto internazionale contro la razza germanica e l’intossicazione metodica della vita pubblica.
In questi, Hitler ravvisa il principio stesso del male e della distruzione, l’ “elemento spurio” che tende ad assicurarsi l’egemonia mondiale attraverso la corruzione sistematica, il delitto internazionale contro la razza germanica e l’intossicazione metodica della vita pubblica.
Nel 1913 si trasferisce a Monaco di Baviera poichè gli Asburgo, secondo lui, impediscono lo sviluppo dei “veri” tedeschi e favoriscono le altre nazionalità. In “Mein Kampf” Hitler ricorda l’entusiasmo con cui accolse nell’agosto 1914 lo scoppio della Grande guerra, offrendosi volontario per combattere sotto le bandiere di re Luigi III di Baviera.
Quattro anni più tardi, nel novembre 1918, una collera profondissima lo animerà al momento della capitolazione della Germania. La sconfitta gli appare come il prodotto di un tradimento delle retrovie. E’ significativo che nel passo di “Mein Kampf”, in cui riferisce la sua reazione agli eventi del novembre 1918, egli utilizzi la parola “odio”. “Fu allora che crebbe in me l’odio per i responsabili dell’avvenimento!”
Il passo è seguito da questa conclusione: “Con l’ebreo non si può scendere a patti, ma solo decidere: o tutto o niente! Quanto a me, decisi di entrare in politica.”
Così l’anno seguente aderisce alla “Deutsche Arbeiterpartei” (Partito dei lavoratori tedeschi), fondata nel gennaio 1919 dal giornalista sportivo Karl Harrer (1890 – 1926) e dal fabbro ferraio Anton Drexler (1884 – 1942); una delle tante formazioni partitiche che pullulano nella Baviera conservatrice, nazionalista e separatista del primo dopoguerra. Deciso a impadronirsi di questo partitello, il futuro Fuhrer non tarda a farne lo strumento per la conquista del potere: un fine che egli prosegue con un accanimento non temperato da alcuno scrupolo, da alcun impegno sociale.
All’inizio del 1920, le tessere distribuite dalla “Deutsche Arbeiterpartei” sono circa cento. Fra i nuovi iscritti figurano il generale Erich Ludendorf (1864 – 1937), già capo di Stato maggiore e “cervello” del Feldmaresciallo Paul von Hindenburg (1847 – 1934) nella battaglia dei Laghi Masuri (1914); Hermann Goring (1893 – 1946), l’ex asso dell’aviazione militare tedesca; i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasser; l’architetto Alfred Rosenberg (1893 – 1946), un tedesco del baltico; l’ex universitario Rudolf Hess (1894 – 1987) e il fanatico antisemita Julius Streicher (1885 – 1946).
Nel dicembre 1921, grazie a un prestito accordatogli dalla russa Gertrude von Seidlitz, Hitler può acquistare il bisettimanale Volkischer Beobachter (Osservatore popolare) e dargli la veste di un quotidiano antisemita. Poi cambia nome al partito e lo trasforma in “Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi” con la sigla NSDAP. Raduna attorno a sè ex ufficiali, soldati disoccupati e piccoli borghesi inaspriti dagli stenti del dopoguerra per creare, con la connivenza di importanti settori della Reichswehr (l’esercito regolare), un reparto paramilitare, le SA, destinate a proteggere i suoi comizi e a sciogliere con la forza quelli dei suoi oppositori. Disegna personalmente l’emblema del partito ponendo una svastica – l’antica croce runica o ruota del sole, un tempo usata in tutta l’Asia – in mezzo a un disco bianco su una bandiera a sfondo rosso.Oratore prolisso e infaticabile, dalla voce dura e aspra ma capace di trascinare l’uditorio, Hitler si rivela abilissimo nel cogliere e far confluire a proprio vantaggio le più svariate fonti di potere e nel conseguire un risultato superiore alla somma delle parti. In tal modo gli riesce l’operazione di unire un gruppuscolo di pseudosocialisti a un manipolo di violenti ex militari, di imporre a questa alleanza una piattaforma antisemita e trasformarla in un partito di massa , dotato di uno straordinario dinamismo politico.
Nel quinto anniversario della proclamazione della repubblica tedesca (novembre 1923 ), forte degli appoggi dei circoli conservatori preoccupati della spinta a sinistra delle masse lavoratrici, Hitler in una birreria di Monaco da inizio a un colpo di stato teso ad abbattere il governo di Weimar. Monaco è la città che nel 1918 – 19 ha visto represso nel sangue un tentativo di instaurare un regime modellato su quello dei soviet in Russia, e nella quale un governo regionale socialdemocratico è stato fatto cadere nel 1920 sostituito dalla compagine di destra capeggiata da Gustav von Kahr. In seguito a ciò, la capitale bavarese diventa il polo d’attrazione di tutti coloro che, nella Germania umiliata dalla sconfitta, rifiutano la democrazia di Weimar cui attribuiscono la responsabilità di tutti i fallimenti e disfatte.
Molti di questi uomini, guardando nel 1923 alla vicina Italia – dove l’anno precedente il fascismo ha trionfato – sognano di servirsi del governo bavarese di von Kahr per dare scacco matto al regime della giovane Repubblica.
Il putsch della birreria, l’ultimo di una serie, fallisce; ma proprio grazie al clamoroso processo e alla condanna di Hitler al carcere che ne segue, il nome della NSDAP e quello del suo oscuro capo travalicano per la prima volta i confini della Baviera, e grazie ai fratelli Strasser e a un abile propagandista, l’ex studente di teologia Joseph Goebbels (1897-1945), conquistano un’immagine nella potente Prussia, cioè in quello che nella Germania guglielmina aveva funzionato da stato guida.
L’indulgenza dei giudici consente a Hitler di scontare appena un quinto della pena.Ottenuta la libertà condizionata alla vigilia del Natale 1924, egli riceve nuovo danaro da coloro che, poi , lo finanzieranno sempre (i Krupp, i von Thyssen e gli altri esponenti di spicco del mondo degli affari e della grande industria tedesca).
Quattro anni più tardi, nel novembre 1918, una collera profondissima lo animerà al momento della capitolazione della Germania. La sconfitta gli appare come il prodotto di un tradimento delle retrovie. E’ significativo che nel passo di “Mein Kampf”, in cui riferisce la sua reazione agli eventi del novembre 1918, egli utilizzi la parola “odio”. “Fu allora che crebbe in me l’odio per i responsabili dell’avvenimento!”
Il passo è seguito da questa conclusione: “Con l’ebreo non si può scendere a patti, ma solo decidere: o tutto o niente! Quanto a me, decisi di entrare in politica.”
Così l’anno seguente aderisce alla “Deutsche Arbeiterpartei” (Partito dei lavoratori tedeschi), fondata nel gennaio 1919 dal giornalista sportivo Karl Harrer (1890 – 1926) e dal fabbro ferraio Anton Drexler (1884 – 1942); una delle tante formazioni partitiche che pullulano nella Baviera conservatrice, nazionalista e separatista del primo dopoguerra. Deciso a impadronirsi di questo partitello, il futuro Fuhrer non tarda a farne lo strumento per la conquista del potere: un fine che egli prosegue con un accanimento non temperato da alcuno scrupolo, da alcun impegno sociale.
All’inizio del 1920, le tessere distribuite dalla “Deutsche Arbeiterpartei” sono circa cento. Fra i nuovi iscritti figurano il generale Erich Ludendorf (1864 – 1937), già capo di Stato maggiore e “cervello” del Feldmaresciallo Paul von Hindenburg (1847 – 1934) nella battaglia dei Laghi Masuri (1914); Hermann Goring (1893 – 1946), l’ex asso dell’aviazione militare tedesca; i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasser; l’architetto Alfred Rosenberg (1893 – 1946), un tedesco del baltico; l’ex universitario Rudolf Hess (1894 – 1987) e il fanatico antisemita Julius Streicher (1885 – 1946).
Nel dicembre 1921, grazie a un prestito accordatogli dalla russa Gertrude von Seidlitz, Hitler può acquistare il bisettimanale Volkischer Beobachter (Osservatore popolare) e dargli la veste di un quotidiano antisemita. Poi cambia nome al partito e lo trasforma in “Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi” con la sigla NSDAP. Raduna attorno a sè ex ufficiali, soldati disoccupati e piccoli borghesi inaspriti dagli stenti del dopoguerra per creare, con la connivenza di importanti settori della Reichswehr (l’esercito regolare), un reparto paramilitare, le SA, destinate a proteggere i suoi comizi e a sciogliere con la forza quelli dei suoi oppositori. Disegna personalmente l’emblema del partito ponendo una svastica – l’antica croce runica o ruota del sole, un tempo usata in tutta l’Asia – in mezzo a un disco bianco su una bandiera a sfondo rosso.Oratore prolisso e infaticabile, dalla voce dura e aspra ma capace di trascinare l’uditorio, Hitler si rivela abilissimo nel cogliere e far confluire a proprio vantaggio le più svariate fonti di potere e nel conseguire un risultato superiore alla somma delle parti. In tal modo gli riesce l’operazione di unire un gruppuscolo di pseudosocialisti a un manipolo di violenti ex militari, di imporre a questa alleanza una piattaforma antisemita e trasformarla in un partito di massa , dotato di uno straordinario dinamismo politico.
Nel quinto anniversario della proclamazione della repubblica tedesca (novembre 1923 ), forte degli appoggi dei circoli conservatori preoccupati della spinta a sinistra delle masse lavoratrici, Hitler in una birreria di Monaco da inizio a un colpo di stato teso ad abbattere il governo di Weimar. Monaco è la città che nel 1918 – 19 ha visto represso nel sangue un tentativo di instaurare un regime modellato su quello dei soviet in Russia, e nella quale un governo regionale socialdemocratico è stato fatto cadere nel 1920 sostituito dalla compagine di destra capeggiata da Gustav von Kahr. In seguito a ciò, la capitale bavarese diventa il polo d’attrazione di tutti coloro che, nella Germania umiliata dalla sconfitta, rifiutano la democrazia di Weimar cui attribuiscono la responsabilità di tutti i fallimenti e disfatte.
Molti di questi uomini, guardando nel 1923 alla vicina Italia – dove l’anno precedente il fascismo ha trionfato – sognano di servirsi del governo bavarese di von Kahr per dare scacco matto al regime della giovane Repubblica.
Il putsch della birreria, l’ultimo di una serie, fallisce; ma proprio grazie al clamoroso processo e alla condanna di Hitler al carcere che ne segue, il nome della NSDAP e quello del suo oscuro capo travalicano per la prima volta i confini della Baviera, e grazie ai fratelli Strasser e a un abile propagandista, l’ex studente di teologia Joseph Goebbels (1897-1945), conquistano un’immagine nella potente Prussia, cioè in quello che nella Germania guglielmina aveva funzionato da stato guida.
L’indulgenza dei giudici consente a Hitler di scontare appena un quinto della pena.Ottenuta la libertà condizionata alla vigilia del Natale 1924, egli riceve nuovo danaro da coloro che, poi , lo finanzieranno sempre (i Krupp, i von Thyssen e gli altri esponenti di spicco del mondo degli affari e della grande industria tedesca).
Intimamente convinto di dover compiere una “missione”, pronto a condurre la Germania sulla via della dittatura, Hitler ricostituisce le strutture del partito creando speciali organizzazioni per i giovani, le donne, gli studenti, gli intellettuali. E poiché le SA si dimostrano turbolente, attraversate da ideologie socialistoidi e fondamentalmente infide, da vita nel novembre 1925 a una milizia personale, le SS, che indossano l’uniforme nera come i fascisti di Mussolini e che , comandate a partire dal 1929 dall’ex allevatore di polli Heinrich Himmler (1900-1945), costituiscono la sua guardia del corpo.
All’interno del partito, e più tardi del regime nazista, l’azione di Hitler si caratterizza per la sua costante volontà di essere il Fuhrer, cioè il capo unico, di esercitare un’autorità piena e indivisa, di giocare sulle rivalità fra i dirigenti, di imporsi quale arbitro di ogni situazione. La sua filosofia politica – che esalta l’individuo, il capo indicato dal destino – è il riflesso di questa volontà tesa all’affermazione di sé. In tale prospettiva, le idee e i programmi hanno un valore relativo; sono soltanto mezzi che si possono abbandonare secondo le circostanze.
Hitler è, insieme, un dottrinario e un opportunista. La dottrina comporta alcuni elementi costanti: bisogna conquistare il potere, assicurare la vittoria della Germania, dimostrare la superiorità della razza ariana. Ma più che momenti di una teoria, questi elementi sono obiettivi politici e militari che lasciano la più ampia libertà di manovra. «Ogni idea» scrive Hitler in Metti Kampf «anche la migliore, si trasforma in pericolo se diventa essa stessa un fine.» .
Nel 1926 la NSDAP conta 49mila iscritti , ma nel 1928 le tessere distribuite sono già raddoppiate (110mila). Alle elezioni del maggio di quell’anno i nazisti raccolgono 810mila suffragi e ottengono dodici seggi al Reichstag . Sono pochi , ma di lì a cinque anni Hitler sarà cancelliere.
Nella sua ascesa al potere, il fattore determinante è senza dubbio la crisi economica del 1929, una recessione rovinosa che nel giro di tre anni dimezza la produzione industriale tedesca, costringendo alla chiusura migliaia di imprese e gettando sul lastrico milioni di lavoratori. In quel triennio – attraverso un processo che ancora oggi riesce difficile spiegare – un popolo ricco di cultura e di tradizioni civili, e con una relativa esperienza di democrazia, accetta di sottomettersi a un regime totalitario e criminale. È vero che, a partire dal “mercoledì nero” di Wall Street , il grosso della borghesia capitalistica germanica si schiera senza remore con l’estrema destra favorendo l’ascesa di Hitler e mettendo in atto, entro una situazione che pare disperata, un rischiosissimo gioco d’azzardo. Ma sul terreno dei numeri è incontestabile che Hitler e il suo partito trovino il loro sostegno più ampio in una sorta di “terra di nessuno” sociale, rappresentata in particolare dalla piccola borghesia impoverita, ma più in generale dalle masse dei malcontenti , degli affamati, dei disoccupati, nelle città e nelle campagne; masse cui gli altri partiti politici e le gerarchie delle Chiese cristiane non sembrano essere capaci di proporre né vie d’uscita percorribili né programmi di riscatto credibili.
A rendere più facile la vittoria di Hitler – dovuta comunque all’incosciente aberrazione dei responsabili delle forze armate e delle supreme istanze dello Stato, che al momento giusto gli apriranno le porte – contribuiscono notevolmente le ambivalenze nella valutazione del movimento nazista da parte dell’episcopato cattolico e del clero luterano, ma soprattutto le gravi insufficienze degli altri partiti. Invece di unirsi per fare fronte al pericolo comune, essi coltivano con miopia le reciproche inimicizie: i tedesco-popolari contro i socialdemocratici, i socialdemocratici contro i comunisti , i comunisti contro i socialdemocratici, il Zentrum cattolico contro i marxisti in generale, che siano comunisti o socialdemocratici .
A partire dai primi mesi del 1929, quando la crisi economica investe la Germania, gli agricoltori, che costituiscono ancora quasi il trenta per cento della popolazione attiva, danno chiari segni di un profondo malcontento. Schiacciati dal peso di debiti che, in un periodo di prezzi bassi, appaiono insopportabili, essi rappresentano una base sociale già predisposta ad accogliere con favore la propaganda degli avversari politici della Repubblica di Weimar. Ciò spiega il motivo per il quale il movimento di Hitler consegua i suoi primi importanti successi proprio nelle regioni prevalentemente rurali, attraverso la rapida sottomissione delle associazioni agrarie all’organizzazione nazionalsocialista. Lo strumento di integrazione è qui soprattutto l’ “apparato di politica agraria” della NSDAP, sotto la direzione di Richard Walther Darré (1895-1953), ideologo della razza e della classe contadina. Questa deve divenire il «motore vitale» del dominio nazista e la «fonte biologica di rinnovamento del sangue del corpo sociale», e infine è destinata a colonizzare lo «spazio orientale» da strappare agli slavi, come Darré propone a Hitler già nei 1930 .
Alle elezioni parlamentari del 14 settembre 1930 il partito nazista realizza un risultato strabiliante, passando a sei milioni e 490mila voti con centosette seggi al Reichstag, divenendo il secondo partito del Reich, superato soltanto dalla socialdemocrazia. Dopo questo successo Hitler, ottenuta con un giochetto formale la cittadinanza tedesca , si pone in gara (siamo nella primavera del 1932) come candidato alla presidenza della Repubblica tenuta da Hindenburg . Alle folle che va arringando da un capo all’altro della Germania, e che lo acclamano, l’agitatore ex austriaco ripete instancabile i punti fondamentali del suo programma: un futuro potere gestito dai nazisti non pagherà le riparazioni di guerra, straccerà il trattato di Versailles, ripristinerà i vecchi confini del Secondo Reich , darà lavoro agli operai , fisserà prezzi alti per i prodotti dei contadini («una solida stirpe dì contadini piccoli e medi ha costituito in tutti i tempi la migliore difesa contro i mali sociali di cui ora soffriamo» si legge in Mein Kampf), creerà un esercito forte per soddisfare l’orgoglio dei militari, sconfiggerà i comunisti all’interno e si occuperà anche delle donne: «Nel nostro Reich», promette, parlando al Lustgarten di Berlino «ogni ragazza tedesca troverà marito».
Pur non riuscendo a sconfiggere Hindenburg, Hitler vede aumentare di ben cinque milioni i consensi al proprio partito. Nelle elezioni politiche del luglio 1932 i nazisti ottengono addirittura tredici milioni e 700mila voti, pari al 37,2 percento del suffragio espresso e 230 dei 608 seggi del Reichstag: un risultato che fa della NSDAP il maggiore partito della Germania. Hermann Goring viene nominato presidente del Reichstag, ma il vecchio feldmaresciallo von Hindenburg per ora rifiuta fermamente dì chiamare Hitler al cancellierato.
La profonda confusione che pervade la scena politica tedesca esige una nuova prova elettorale. Si va a votare il 6 novembre, e la NSDAP registra un netto arretramento perdendo due milioni di elettori e attestandosi sulla percentuale del 33,1. Segue una situazione di stallo che Hindenburg risolve affidando a Hitler, il 30 gennaio 1933, la carica di cancelliere, con il compito di formare un esecutivo di “coalizione nazionale”. Nella compagina governativa Hitler è fiancheggiato da una maggioranza di rappresentanti della destra conservatrice, che intendono tenergli la briglia ben stretta .Ma si illudono. Nonostante il vice cancelliere Franz von Papen – un “uomo di mondo”, cattolico e nazionalista, senza esperienza politica ma ben introdotto negli ambienti industriali e bancari – rassicuri gli amici dicendo: «Abbiamo legato l’Adolf al nostro carro», ma comincia proprio allora la dittatura di Hitler: un potere che sa demagogicamente scaricare su comodi capri espiatori – gli stranieri e gli ebrei – l’animosità popolare per la recente depressione economica; un potere che, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di consolidarsi, non tarderà a rivelare la sua vocazione tirannica e sanguinaria e riuscirà, nell’arco di soli dodici anni, a devastare la Germania e a sconvolgere il mondo.
All’interno del partito, e più tardi del regime nazista, l’azione di Hitler si caratterizza per la sua costante volontà di essere il Fuhrer, cioè il capo unico, di esercitare un’autorità piena e indivisa, di giocare sulle rivalità fra i dirigenti, di imporsi quale arbitro di ogni situazione. La sua filosofia politica – che esalta l’individuo, il capo indicato dal destino – è il riflesso di questa volontà tesa all’affermazione di sé. In tale prospettiva, le idee e i programmi hanno un valore relativo; sono soltanto mezzi che si possono abbandonare secondo le circostanze.
Hitler è, insieme, un dottrinario e un opportunista. La dottrina comporta alcuni elementi costanti: bisogna conquistare il potere, assicurare la vittoria della Germania, dimostrare la superiorità della razza ariana. Ma più che momenti di una teoria, questi elementi sono obiettivi politici e militari che lasciano la più ampia libertà di manovra. «Ogni idea» scrive Hitler in Metti Kampf «anche la migliore, si trasforma in pericolo se diventa essa stessa un fine.» .
Nel 1926 la NSDAP conta 49mila iscritti , ma nel 1928 le tessere distribuite sono già raddoppiate (110mila). Alle elezioni del maggio di quell’anno i nazisti raccolgono 810mila suffragi e ottengono dodici seggi al Reichstag . Sono pochi , ma di lì a cinque anni Hitler sarà cancelliere.
Nella sua ascesa al potere, il fattore determinante è senza dubbio la crisi economica del 1929, una recessione rovinosa che nel giro di tre anni dimezza la produzione industriale tedesca, costringendo alla chiusura migliaia di imprese e gettando sul lastrico milioni di lavoratori. In quel triennio – attraverso un processo che ancora oggi riesce difficile spiegare – un popolo ricco di cultura e di tradizioni civili, e con una relativa esperienza di democrazia, accetta di sottomettersi a un regime totalitario e criminale. È vero che, a partire dal “mercoledì nero” di Wall Street , il grosso della borghesia capitalistica germanica si schiera senza remore con l’estrema destra favorendo l’ascesa di Hitler e mettendo in atto, entro una situazione che pare disperata, un rischiosissimo gioco d’azzardo. Ma sul terreno dei numeri è incontestabile che Hitler e il suo partito trovino il loro sostegno più ampio in una sorta di “terra di nessuno” sociale, rappresentata in particolare dalla piccola borghesia impoverita, ma più in generale dalle masse dei malcontenti , degli affamati, dei disoccupati, nelle città e nelle campagne; masse cui gli altri partiti politici e le gerarchie delle Chiese cristiane non sembrano essere capaci di proporre né vie d’uscita percorribili né programmi di riscatto credibili.
A rendere più facile la vittoria di Hitler – dovuta comunque all’incosciente aberrazione dei responsabili delle forze armate e delle supreme istanze dello Stato, che al momento giusto gli apriranno le porte – contribuiscono notevolmente le ambivalenze nella valutazione del movimento nazista da parte dell’episcopato cattolico e del clero luterano, ma soprattutto le gravi insufficienze degli altri partiti. Invece di unirsi per fare fronte al pericolo comune, essi coltivano con miopia le reciproche inimicizie: i tedesco-popolari contro i socialdemocratici, i socialdemocratici contro i comunisti , i comunisti contro i socialdemocratici, il Zentrum cattolico contro i marxisti in generale, che siano comunisti o socialdemocratici .
A partire dai primi mesi del 1929, quando la crisi economica investe la Germania, gli agricoltori, che costituiscono ancora quasi il trenta per cento della popolazione attiva, danno chiari segni di un profondo malcontento. Schiacciati dal peso di debiti che, in un periodo di prezzi bassi, appaiono insopportabili, essi rappresentano una base sociale già predisposta ad accogliere con favore la propaganda degli avversari politici della Repubblica di Weimar. Ciò spiega il motivo per il quale il movimento di Hitler consegua i suoi primi importanti successi proprio nelle regioni prevalentemente rurali, attraverso la rapida sottomissione delle associazioni agrarie all’organizzazione nazionalsocialista. Lo strumento di integrazione è qui soprattutto l’ “apparato di politica agraria” della NSDAP, sotto la direzione di Richard Walther Darré (1895-1953), ideologo della razza e della classe contadina. Questa deve divenire il «motore vitale» del dominio nazista e la «fonte biologica di rinnovamento del sangue del corpo sociale», e infine è destinata a colonizzare lo «spazio orientale» da strappare agli slavi, come Darré propone a Hitler già nei 1930 .
Alle elezioni parlamentari del 14 settembre 1930 il partito nazista realizza un risultato strabiliante, passando a sei milioni e 490mila voti con centosette seggi al Reichstag, divenendo il secondo partito del Reich, superato soltanto dalla socialdemocrazia. Dopo questo successo Hitler, ottenuta con un giochetto formale la cittadinanza tedesca , si pone in gara (siamo nella primavera del 1932) come candidato alla presidenza della Repubblica tenuta da Hindenburg . Alle folle che va arringando da un capo all’altro della Germania, e che lo acclamano, l’agitatore ex austriaco ripete instancabile i punti fondamentali del suo programma: un futuro potere gestito dai nazisti non pagherà le riparazioni di guerra, straccerà il trattato di Versailles, ripristinerà i vecchi confini del Secondo Reich , darà lavoro agli operai , fisserà prezzi alti per i prodotti dei contadini («una solida stirpe dì contadini piccoli e medi ha costituito in tutti i tempi la migliore difesa contro i mali sociali di cui ora soffriamo» si legge in Mein Kampf), creerà un esercito forte per soddisfare l’orgoglio dei militari, sconfiggerà i comunisti all’interno e si occuperà anche delle donne: «Nel nostro Reich», promette, parlando al Lustgarten di Berlino «ogni ragazza tedesca troverà marito».
Pur non riuscendo a sconfiggere Hindenburg, Hitler vede aumentare di ben cinque milioni i consensi al proprio partito. Nelle elezioni politiche del luglio 1932 i nazisti ottengono addirittura tredici milioni e 700mila voti, pari al 37,2 percento del suffragio espresso e 230 dei 608 seggi del Reichstag: un risultato che fa della NSDAP il maggiore partito della Germania. Hermann Goring viene nominato presidente del Reichstag, ma il vecchio feldmaresciallo von Hindenburg per ora rifiuta fermamente dì chiamare Hitler al cancellierato.
La profonda confusione che pervade la scena politica tedesca esige una nuova prova elettorale. Si va a votare il 6 novembre, e la NSDAP registra un netto arretramento perdendo due milioni di elettori e attestandosi sulla percentuale del 33,1. Segue una situazione di stallo che Hindenburg risolve affidando a Hitler, il 30 gennaio 1933, la carica di cancelliere, con il compito di formare un esecutivo di “coalizione nazionale”. Nella compagina governativa Hitler è fiancheggiato da una maggioranza di rappresentanti della destra conservatrice, che intendono tenergli la briglia ben stretta .Ma si illudono. Nonostante il vice cancelliere Franz von Papen – un “uomo di mondo”, cattolico e nazionalista, senza esperienza politica ma ben introdotto negli ambienti industriali e bancari – rassicuri gli amici dicendo: «Abbiamo legato l’Adolf al nostro carro», ma comincia proprio allora la dittatura di Hitler: un potere che sa demagogicamente scaricare su comodi capri espiatori – gli stranieri e gli ebrei – l’animosità popolare per la recente depressione economica; un potere che, ricorrendo a qualsiasi mezzo pur di consolidarsi, non tarderà a rivelare la sua vocazione tirannica e sanguinaria e riuscirà, nell’arco di soli dodici anni, a devastare la Germania e a sconvolgere il mondo.
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