Inediti che amo

Pagina di inediti che amo. Scrittori sconosciuti capaci di sintetizzare i sentimenti umani.

—————————————————————- 

La ferocia dell’uomo
Helga Schneider

Ho sopportato molto nella mia vita e non sono certo l’unica: i disagi della guerra, il terrore delle bombe, lo sfacelo della mia famiglia, l’abbandono, tradimenti e delusioni, aggressioni incivili, ma anche il perenne dolore inflittomi da chi avrebbe dovuto starmi più vicino.
Si lotta per rielaborare il lutto, per fronteggiare scippi di diritti, per superare offensive morali, psicologiche o fisiche. Si cerca di farsi una ragione, si tenta di neutralizzare i traumi.
Ma ciò che mi annienta e mi strazia senza rimedio é la vista di un animale che ha subito l’atroce violenza di un essere umano…

————————————————————————–

Friedrich Nietzsche

Gli uomini crudeli sono arretrati. Dobbiamo considerare gli uomini che oggi sono crudeli come gradi residui di culture precedenti: la montagna dell’umanità mostra qui chiaramente le sue più profonde stratificazioni, quelle che altrimenti rimarrebbero nascoste. Sono uomini arretrati il cui cervello, per ogni possibile incidente nel corso del processo ereditario, non ha continuato a svilupparsi in modo tanto delicato e multilaterale. Essi ci mostrano quel che noi tutti eravamo, e ci fanno spaventare, ma sono tanto poco responsabili quanto lo è un pezzo di granito per il fatto di essere granito. Nel nostro cervello debbono trovarsi anche canali e volute che corrispondono a quel modo di sentire, allo stesso modo che nella forma di certi organi umani si trovano ricordi del nostro essere stati pesci. Ma tali canali e volute non sono più l’alveo in cui oggi scorre il flusso del nostro sentimento.

Umano, troppo umano. Nietzsche 1878 – Parte II, Af. N. 43

—————————————————————

 Di quel tempo non restava nulla
di A.T.

Schattenspiel

  Di quel tempo non restava nulla.
       Era passata una brezza d’ottobre 
 aveva sfiorato i loro capelli
 era volata via.
         E chi può dire se in quell’attimo
        non dovesse essere concentrato tutto?
       Chi può dire cosa ci sia prima del nostro
    formulare un pensiero
                                  nell’istante in cui l’aria ci tocca i capelli                   
                             poi – scorrendo – porta il nostro profumo altrove?            
        Prima ancora che possiamo accorgerci
                      della bellezza di quella fragranza                
    prima, prima ancora,
  prima che le nostre sabbie
                       vengano sconvolte dalle tempeste…               
             prima che tante, delicate o terribili stagioni
         formino le nostre dune…
           Prima, prima ancora
    cosa c’é?

——————————————————–

Premio Nazionale di Poesia “Ottavio Nipoti – Ferrera Erbognone”
Edizione 2007 – Sezione Poesia

Opera 1° classificata
DANIELA MONTANARI
Una sera sola ad ascoltarmi

Una sera sola ad ascoltarmi
per ascoltare insieme senza parlare
e sentire risposta, ma senza voce alcuna.
 Un calcio:
é un piccolo cenno d’intesa
che durerà tutta la vita,
che mi fa sentire donna e uomo al contempo.
 Voglio che sia un eterno attimo
che nascerà e crescerà
e noi assieme.
 Ti ho amato subito
anche quando non eri.
 Ed anche adesso che ancora non sei
ti amo di più.

——————————————

Mani
di Sole 

Ci fermano il tempo come vecchi orologi,
ci segnan la vita come vetri caduti,
ci cullano in fasce e ci lasciano segni,
ci cantano inni a noi sconosciuti,
ci danno l’amore che ancora cerchiamo,
ci servono gioie che sempre pensiamo,
ci chiamano, vieni, e noi non andiamo.

——————————————————————————–

A ciel sereno
di Amadeus Trentin

Aveva previsto tutto, ma non questo.
Il numero era quello di suo figlio, premette sul tasto di richiamata.
“Papà?”
“Ehi, Daniele! Come ti va negli States?”
“Bene.”“Cominci a mancarmi. Non vedo l’ora che ritorni.”
Dopo il divorzio, il ragazzo viveva sei mesi con la madre e sei col padre. Senza problemi, sembrava.
“Papà, ti chiamo per dirti una cosa…”
“Ti sposi?”, il genitore fece una battuta, oltre tutto improbabile: Daniele aveva solo vent’anni e a tutto pensava tranne che al matrimonio.
Ci fu un risolino un po’ imbarazzato: “No, é un’altra cosa.”
“Coraggio allora!”“Dopo il vostro divorzio… Papà, io non… io proprio…”
La voce si era fatta accorata, un accenno di ansia nella tonalità.
Il padre disse: “E’ passato ormai più di un anno dacché mi sono diviso da tua madre e pensavo…”
“Sbagliavi!”, il ragazzo irruppe con un accordo quasi stridulo.
Il genitore rimase turbato: “Cosa c’è, Daniele, spiegati.” Ma il suo cuore cominciò a battere più in fretta.Ci fu una pausa, poi il figlio deviò il discorso: “Vorrei fare un viaggio in Australia. Con certi amici italiani conosciuti qui.”
“D’ccordo”, fece il padre, “per il denaro non avere scrupoli.”
“Ti ringrazio di avermi dato disposizione e libertà sui tuoi conti personali. Sai bene che non ne abuserò.”
“Lo so”, fece il genitore. “Ma dimmi di quell’altra cosa.”
“E’ difficile…”
“Ti ascolto.”“Ti voglio bene, papà.”
“Anch’io te ne voglio. Ma parla, santo cielo!”
“Ti senti… solo?”
“Un poco, ma non é grave. Ricomincerò presto a lavorare. Per il resto aspetto il tuo ritorno.”
“Papà, é questo che devo dirti. Io non tornerò in Italia.”
“Come sarebbe a dire che non…”
“Ho avuto tempo per riflettere e ora so cosa voglio e sopratutto cosa non voglio.”Il padre sentì mancare il respiro: “Dimmi prima cosa non vuoi, Daniele.”
Il figlio fece un lungo respiro, poi disse: “Papà, io non voglio stare né con te né con la mamma. E’ troppo duro per me vedervi divisi, mi fa soffrire. Quando sono da te sento di avere una casa e una famiglia a metà, e quando sono dalla mamma… é uguale. Non ce la faccio più. Sono una persona a metà e non posso sopportarlo.”
Ci fu un suono come di singhiozzi.
“Io resto a New York”, il figlio concluse con un timbro tra l’ostile e l’affettuoso, tra lo strazio e un sentore di maturata decisione.
Il padre alzò la voce: “Daniele, io non posso permettere che tu…”, ma ora il figlio reagì con inaspettata durezza: “Sono io che posso permettermi, papà! Sono maggiorenne e ho tutto il diritto di disporre della mia vita. Domani ti richiamo e ne parleremo con maggiore calma, ma sappi che non tornerò sulla mia decisione.”Aggiunse, con una tristezza toccante, sconsolata: “Vi amo entrambi, papà, forse vi amo troppo e non posso rassegnarmi a questa situazione. Buona serata.” E agganciò.La stanza ritornò nel silenzio mentre il padre si sentì afferrare da un senso di angoscia mai provato. Un senso come di grave lutto, come se avesse ricevuto la notizia di una perdita irrimediabile.
Aveva divorziato da sua moglie per un’altra donna, più giovane e più carina di lei, ma ora, se Daniele facesse seriamente, il prezzo del suo egoismo sarebbe troppo alto.
Si versò del liquore, e poi dell’altro. Non beveva mai, ma ora ricorse a quell’ingannevole consolatore che spacciava un falso stato di rilassamento e benessere per salvezza. Triplicando i problemi quando la sbronza sarebbe passata.

————————————————————————–

Lo stupido
di Angelo Marchi

Il cambiamento era avvenuto in pochi mesi. In realtà non proprio nei confronti di Michele, in tutta onestà non poteva sostenerlo; ma a poco a poco la moglie aveva introdotto nel menage matrimoniale innovazioni che erano state fonte prima di irritazione e poi di sospetto. Il carattere di Michele era chiuso e orgoglioso per cui evitava discussioni e richieste di chiarimento. Elena un po’ alla volta si era presa spazi sempre maggiori che governava con giustificazioni innocenti: la palestra, la pedicure, un circolo delle donne spuntato dal nulla. Michele mandava giù e taceva, mentre gli cresceva dentro il tarlo dello scontento, del sospetto e della gelosia. Finché non decise di assumere un investigatore privato che controllasse i movimenti della moglie. Alla fine il detective gli consegnò una ventina di fotografie che documentavano che Elena si incontrava con un uomo oltre tutto più giovane di lei di almeno vent’anni. Lui era di nazionalità svizzera e studiava ingegneria elettronica.L’incontro avveniva sempre nello stesso posto, un locale situato in una tranquilla strada di periferia. Pranzavano sulla rustica veranda e conversavano animatamente. Si vedevano solo là, non erano ancora giunti a rapporti intimi, ma sicuramente sarebbe stata solo questione di tempo.D’altronde, lei era ancora splendida, trentotto primavere appena compiute. L’unica gravidanza non portata a termine aveva lasciato il suo corpo intatto, snello e armonioso. In seguito non era più rimasta incinta malgrado si fosse sottoposta a ripetute cure ormonali. Avevano desiderato entrambi e ardentemente un figlio, ma sembrava che il destino avesse deciso altrimenti.
Dal momento che Michele ebbe visionato le foto parve subito un altro uomo. Un uomo illogico e irrazionale, l’esatto contrario della persona che guidava con polso fermo la propria piccola ma prosperosa azienda.
Era un sabato, la moglie avrebbe trascorso diverse ore al suo fantomatico circolo delle donne. Michele era pervaso da un’ira gelida, da un senso di umiliazione intollerabile. Pensò seriamente: al suo rientro la uccido. Poi un barlume di assennatezza gli fece cambiare idea. Scrisse un biglietto nel quale dichiarò che intendeva chiedere il divorzio. Non aggiunse altro e partì con la macchina alla volta di San Remo dove viveva sua sorella. Ilaria lo accolse con gioia, era quasi un anno che non si vedevano, ma lui non ebbe la forza di confidarsi con lei.

Trascorse tutto il giorno a rimuginare nel giardinetto di Ilaria e dopo cena, dichiarando la sua intenzione di andare al cinema, uscì. Vi si recò a piedi, il Casinò si trovava a circa 200 metri di distanza dal palazzo dove abitava la sorella. Il tempo era mite, un settembre dorato, pacifico. Sentiva dentro di sé un’emozione fredda, quell’emozione quasi febbrile che nasce da certi impulsi autolesionistici. Ma il suo non era autolesionismo fisico, benché materiale: era deciso ad assestare un danno irreparabile alle fondamenta economiche del suo matrimonio. Per Elena sarebbe stato uno shock: erano in regime di comunione dei beni. Ecco la punizione: a lei piaceva che non fossero afflitti da problemi finanziari.
Per un attimo si fermò come abbagliato davanti alla magnifica costruzione liberty illuminata a giorno; fu come se quelle luci gli riflettessero un deja-vu di sensazioni già vissute in passato, ma di cui non ricordava né il tempo né il luogo. Infine riprese i sensi e si introdusse, deciso, nell’edificio. Era impaziente di trovarsi davanti al tavolo da gioco. Ma i giocatori erano ancora sparsi per l’ambiente, confusi nella penombra. Michele si accostò al bar e chiese un rum. Fissò il bicchiere con gli occhi consumati dal dolore. Non doveva pensare a lei altrimenti avrebbe fatto marcia indietro. E non voleva!
Infine il direttore di sala gli indicò il suo posto. Due uomini erano già seduti sulle seggiole attorno al tavolo. Michele gettò un’occhiata al carrello strapieno di gettoni colorati, e di nuovo dovette proibirsi di pensare a Elena. Occorreva andare fino in fondo, costasse quel che costasse. Poi a uno a uno arrivarono gli altri finché Michele sentì la voce del Capo tavolo: “Quanti gettoni?” Provò un brivido di assurda gratitudine per quella compagnia indifferente che gli gelava il cuore e lo spirito. Era pronto. “Cento”, disse. Appoggiò i polsi e attese.
Erano già trascorse due ore senza che quasi nulla fosse cambiato. Aveva vinto, e poi perso somme troppo modeste. Non riusciva ad alzare il livello del gioco e l’agognata disfatta sembrava lontana. Poi la mano buona arrivò quando non se la aspettava più. C’era stato un rilancio forte, in apertura, e aderì alla partita.Cominciò a sentire nella testa un suono che lo distraeva, ma continuava a giocare, accanito. Avanti, avanti fino alla fine!
Ma a 
un tratto lo vide, là sotto i gettoni: il vuoto. Un vuoto allo stesso tempo minaccioso e allettante che per un attimo passava i cardini del tempo, stordendolo. Aiutami, pensò. Aiutami a perdere tutto.  Parlava con sé stesso, con il suo corpo, con l’immensa disperazione per il tradimento di Elena. Sentì rompersi qualcosa come se un flusso di sangue lo invadesse allagando vene, arterie, cellule. Qualcosa gli bruciava dentro che suggeriva: Ora!
“Ora”, si ripeté. “E’ il tuo momento. Lanciati e falla finita!”

Tornò a casa molto tardi. Sembrava malato, Ilaria e il marito si spaventarono.
“Che cosa ti é successo? Hai un aspetto orribile!”, esclamò la sorella.
“Volevo perdere…”, rispose, pallido e abbattuto.
“Perdere cosa? Dove?”
“Al Casinò…”
“E… hai perso?”
Michele scosse il capo: “Non abbastanza. Non abbastanza!”
“Elena ha già chiamato quattro volte”, gli comunicò la sorella. “Ma tu hai il cellulare spento. Era terribilmente agitata. Ha detto che vuoi divorziare da lei e…”
In quel momento squillò il suo telefonino. “Sì, é qui”, disse. E, verso Michele: “Tua moglie ti vuole parlare.”
“No!”, scosse la testa.
“Per favore…”
Allora, solo per accontentare lei, esordì con un tono freddo e distaccato: “Dimmi, Elena.”
Ci fu una pausa, poi lei parlò con una voce tremante di tensione: “Michele, ascoltami… ho saputo che mi hai fatto pedinare… non volevo crederci… ma a questo punto devi sapere almeno questo: quel ragazzo…” “Non mi interessa!”, lui rispose duramente, cocciuto.
“Ma quel ragazzo… é mio figlio! L’ho avuto a quindici anni in Svizzera e… é stato adottato. Poi ha cominciato a cercarmi e…”
Nuova pausa, infine lui mormorò qualcosa.
“Michele, cosa dici?”
“Sono uno stupido”, disse.
“Cosa? Parla più forte, non capisco!”
Allora lui si mise a ridere. Fu una risata triste, penosa.
“Elena, tesoro, sai cosa c’è?”
“No…”
“C’è che sono un maledetto stupido!”

—————————————————————————-

La collega

Nella pausa pranzo Nina e Mario usavano recarsi in un vicino bar per mangiare qualcosa, un’insalata di riso, magari una minestra. Mario amava quell’ora di intimità in compagnia della collega, avevano il loro tavolino fisso un po’ appartato per poter parlare indisturbati. Si confidavano le cose, le gravi incertezze che caratterizzavano il tempo in cui vivevano, le guerre che infuriavano ciecamente in molte parti del mondo che li spiazzavano, che li facevano dubitare della reale volontà del genere umano di voler vivere in pace gli uni con gli altri.

Lei stava con un giovane ingegnere che era spesso in trasferta di lavoro, al momento si trovava in Marocco per collaborare a un progetto per la realizzazione di una rete di distribuzione dell’acqua potabile per una struttura adibita al ricovero dei mutilati della guerra. Talvolta rimaneva assente dall’Italia anche per due o tre mesi, ma lei lo aspettava con una fedeltà cocciuta e incrollabile.

Mario era timido e alla timidezza si aggiungeva un’indole schiva, riservata, tendente all’isolamento. Era diverso dai suoi coetanei, amava la lettura, le arti, la solitudine del piccolo attico che abitava nella casa dei genitori dove aveva costruito il suo regno ricolmo di libri, vecchi dischi in vinile e una miriade di nuovi CD, accanto a decine di cataloghi acquistati in occasione delle sue visite a importanti mostre d’arte che preferiva godersi da solo, qualunque compagnia lo avrebbe distolto dalla concentrazione estrema che dedicava alle opere con grande coinvolgimento critico ed emotivo.

Nina lo capiva, comprendeva la sua individualità eccezionale di cui apprezzava il lato puro, raro. Mario dal canto suo aveva stretto con lei una relazione umana importante che a poco a poco, quasi suo malgrado, si era trasformata in qualcos’altro. Se ne era reso conto all’improvviso.

Un giorno stavano consumando una fresca insalata di pasta al tonno al loro consueto bar, quando lei posò una mano sulla sua e disse: “Sei distratto, non hai sentito?”
“Scusa”, fece lui. “Ho pensato a mia zia che é stata ricoverata all’ospedale. I medici hanno accennato a qualcosa di poco simpatico.”
“Mi dispiace.”
“Ma cosa dicevi che non ho sentito?”
“Theo deve prolungare la permanenza in Marocco di un altro mese e comincio a essere stanca di questo andazzo.”
Aggiunse un gesto di nervosa ribellione.
In quell’istante Mario scorse per la prima volta una piccola ruga di scontento tra gli occhi di Nina e pensò: l’amo.
Fu come quando, dopo giorni di vento che fruga tra le nuvole, tutto a un tratto si scopre il cielo sgombero e terso.

Da quella volta il loro rapporto mutò. Ogni tanto andavano al cinema insieme e Mario la invitò perfino a visitare, al Palazzo dei Diamanti di Ferrara, una mostra di Botero.
Questa specie di allargamento della loro amicizia cominciava a far nascere in lui timide speranze, che tuttavia concepiva come proibite per via della persona con la quale stava Nina.
Ma a poco a poco la sofferenza, o meglio l’insofferenza di lei per la lunga assenza del suo uomo aumentava in Mario l’illusione che lei si stesse avvicinando a lui. Ormai lui l’amava con un’intensità che lo spaventava, e che nello stesso tempo lo rendeva euforico e vibrante di una felicità frustrata, ma era pur sempre felicità. Nutrita con un ottimismo sempre più incosciente.
Fu la volta della gita a Venezia.
Erano in piedi sul ponte, uno accanto all’altra, accostati al marmo tiepido.
Lei non era tranquilla, stava in silenzio. Poi si mise contro di lui, vicina, tenendo lo sguardo basso. “Theo torna fra una settimana”, pronunciò in un soffio.
Aveva il capo reclinato e teneva una mano appoggiata sul suo petto. Gli sfiorava i bottoni della camicia, indugiando, quasi volesse aprirla a poco a poco, o chiuderla del tutto.
Lui sentiva la pressione ravvicinata del suo viso, il profumo dei suoi capelli, e all’improvviso lei lo baciò sulla bocca. Rapidamente, un bacio casto. Qualche istante dopo, quasi privo di sensi per una miriade di sensazioni che lo pervadevano, lui le disse che l’amava.
Lei si scostò da lui con un’espressione di sorpresa, di incredulità.
“Ma tu sei il mio più caro amico”, rispose infine, sconcertata.
E aggiunse, quasi senza fiato: “Appena rientrato in Italia Theo vuole che ci fidanziamo ufficialmente. E io, sai, dopo che ci frequentiamo da quattro anni… sono d’accordo.”
Lui stava ancora assorbendo la prima spaventosa verità, quando arrivò la seconda.
“Ho pensato una cosa… Voglio presentarti Cecilia, mia cugina. Lei é una bella persona. E anche tu sei una bella persona. Domani sera do una festa per il mio compleanno, devi assolutamente venire. Ci sarà anche Cecilia, desidero che diventiate amici.”
Lui avrebbe accettato qualunque cosa da lei, meglio l’annegamento se avesse voluto spingerlo in acqua, ma questo no.
Il sole si era un poco velato, i battelli del Canal Grande sembravano in viaggio di ritorno verso il vuoto, così come i suoi pensieri parevano essersi infilati in un tunnel alla fine del quale si apriva un vacuo infinito.
“Non avevo idea che tu… insomma, credevo che anch’io fossi la tua più cara amica”, la sentì dire con un tono quasi di rimprovero, come se lui l’avesse ingannata in tutti questi mesi.
“Non fare così, Mario… Io ti voglio bene, molto bene, ma…”
Quel ma gli faceva male, si rigirava nel suo petto come un coltello affilato. Nello stesso tempo capiva che lei gli stava lasciando ciò che credeva un dono. Un dono d’amicizia, ma per lui ormai orribile da sostenere.
In una sequenza lenta e dolorosa Mario avvertiva il silenzio, la sconvolgente vicinanza di lei, l’affanno del proprio corpo e della sua anima.
Poi sentì la sua mano sfiorargli la guancia: “Vedrai, Cecilia ti piacerà.”
Avevano ricominciato a camminare, ma lui girava come se fosse diventato cieco e sordo.
Era precipitato dentro se stesso.

di Andrea Pugliesi

————————————————————————–

La lettera

Dal gelido azzurro della mattinata senza sole, ora una colorazione rosata si rifletteva sulle pozze ghiacciate e sui fanali della jeep parcheggiata davanti alla casa.

Indugiò per un attimo nel silenzio ovattato, notando la lunga serie di impronte lasciate sulla neve da qualche animale che aveva girovagato in cerca di cibo.

Finalmente si incamminò verso la vettura ascoltando il suono limpido e insieme ottuso delle suole che comprimevano la neve sotto il suo peso. In programma aveva una visita alla libreria del paese, un piccolo locale quadrato sempre fornito delle ultime dieci novità letterarie, e la solita spesa bisettimanale alla grande bottega gestita dalla famiglia Silvestri: marito, moglie, tre figli e i nonni. Un nucleo unito, esemplare, un po’ fuori dal tempo.

Salì sulla jeep, e mentre l’accensione elettronica faceva rombare a bassa frequenza il motore, lanciò uno sguardo al cottage che si lasciava alle spalle. Avvertì quasi un senso di gratitudine verso quella casa grazie alla quale si era tirato fuori dall’apatia in cui era caduto dopo la fine del suo matrimonio, evento che aveva sottoposto il suo cervello a uno sforzo sovrumano. Per fortuna non avevano avuto figli, in tal caso le cose si sarebbero complicate ulteriormente a livello affettivo e umano. Il resto era già insopportabile: le logoranti procedure legali, lasciti, responsabilità. E la penosa resa nei confronti degli oggetti. Quanti dismessi, abbandonati, donati qua e là, o distrutti nel trituratore dell’azienda rifiuti. Con sé aveva portato solo alcune cose, godendo del piccolo privilegio di poterle scegliere, quasi come in un progetto di rinascita. Al contrario era annegato in una crescente spossatezza fisica e mentale, tutto era diventato troppo difficile: le conferenze, le tournée, i continui viaggi da una città all’altra. Finché non aveva deciso di prendersi una lunga vacanza in perfetta solitudine in questo paesaggio silenzioso, congelato tra i freddi perenni del ghiacciaio che dominava l’orizzonte a nord, avamposto delle Alpi. All’arrivo, le sue energie come le sue speranze gli erano parse come fossili dispersi nel versante più buio di quella valle, quello dove non batteva mai il sole, soggiogato alle bufere di neve. Ma ora si sentiva molto meglio, l’incubo nel quale si era dibattuto aveva allentato i contorni. Stava riacquistando un nuovo equilibrio interiore. I suoi pensieri riuscivano a realizzarsi con maggiore coerenza e aveva ricominciato a comporre musica.

La sosta in paese fu breve, non trovò il libro che aveva cercato.

Ritornato a casa, la prima cosa che colse nel vestibolo buio fu la luminescenza verdastra sul mobile d’angolo. Una chiamata.

Il telefono stava tra due pile di fogli stampati, parzialmente coperto da riviste e giornali che col tempo gli erano stati accumulati sopra.

Prendeva vita ogni tanto, quasi mai attivamente: il primo impulso ad una comunicazione, in uscita, raramente era il suo. Ma riceveva e segnalava.

Si sedette sulla cassapanca, col soprabito ancora indosso, e guardò il quadrante del display: era un numero sconosciuto. Avrebbe dovuto prima sistemare la spesa, c’erano dei surgelati da mettere nel freezer, invece premette sul tasto di richiamata.

“Alessandro?”, fece una voce femminile.

“Con chi parlo?”

“Dorina.”

Dorina… la vicina di casa. Una breve storia vissuta durante il suo ultimo soggiorno… sembrava lontano un’eternità. Lei scriveva romanzi rosa, storie non affatto banali.

“Sono tornata ieri e ho visto che ci sei”, lei disse come se si fossero sentiti due ore addietro.

“Ci sono”, rispose lui, colto alla sprovvista. Non ricordava che la sua voce fosse così morbida e armoniosa. Aggiunse con un automatismo un po’ stentato: “Come va?”

“Molto bene.”

“Nel frattempo ti sei…”

“Sono sposata con un inglese. E’ rimasto a Londra, troppi impegni di lavoro.”

Ci fu una pausa. Alla fine lei domandò: “Lo avevi poi letto?”

Lui si alzò in piedi e con la mano sinistra cercò di sfilarsi il giaccone.

“Che cosa?”, domandò.

“Quella lettera che ti misi nella tua cassetta della posta… quattro anni fa.”

Lui tacque, un po’ imbarazzato. Lei se ne accorse. “Non fa niente.”

Nuova pausa.

“Be’, potremmo vederci uno di questi giorni”, propose lui, tanto per dire qualcosa. “Quanto tempo ti trattieni?”

“Sette, otto giorni. Va bene, ci mettiamo poi d’accordo.”

Aggiunse quasi subito dopo: “Domani mattina?”

Lui rifletté, in realtà non c’era nulla di cui dover riflettere.

“D’accordo”, disse.

“Verso le nove?”

“Okay.”

Frugò in tutti i cassetti, poi la pescò in fondo al piccolo trumeau veneziano che si trovava nella camera da letto. Il foglio, carta Conqueror da quaderno, era sottile, delicato, quasi impalpabile.

“A causa della tormenta di neve ho il telefono fuori uso e il cellulare fa le bizze. Sto andando a una visita, forse c’è un problema. Per favore passa da me verso sera. Dorina.”

Ricordò perfettamente: allora la parola problema gli aveva creato un istantaneo senso di rigetto. Non era in grado di condividere alcun problema con lei, ne aveva già a sufficienza, e di molto dolorosi, con sua moglie. Tanto da essersi rifugiato anche quella volta nel cottage per un paio di mesi cercando di riprendersi da un serio esaurimento nervoso.

No, non era passato da lei e il giorno dopo era rientrato a Roma.

Tornò dabbasso, turbato. Guardò fuori, la lettera in mano. Qualcosa guizzò tra i pini, oltre la vetrata. Quella sera, non capiva il motivo, non aveva appetito e saltò la cena.

Lei arrivò puntuale, fresca, sempre bella. Aveva con sé un bimbetto.

“Si chiama Mirco”, disse, gli occhi luminosi. E mentre Alessandro allungava la mano al bambino come se fosse un compare adulto, disse: “Ho ritrovato la lettera.”

Lei annuì, nello sguardo un velo di tristezza. Ma passò subito.

“Non era un problema”, gli sorrise. E, accennando al ragazzino, aggiunse: “Si era annunciato tuo figlio.”

di Annamaria Mastrorillo

——————————————————————————

Cara Helga

Ho ventun anni e tutti mi dicono che ho talento per scrivere. Vorrei che tu pubblicassi sul tuo blog, ammesso che tu lo ritenga valido, questo mio breve racconto autobiografico che risale a sei anni fa.

Grazie e ciao

Antonio

La prima delusione

Ebbi la prima delusione d’amore a quindici anni.

Fu in un mese di dicembre che insieme a mio fratello e la sua ragazza, che all’epoca era Monica, andai a visitare il mercatino in Piazza Fiera a Trento, città dove abito tuttora con la mia famiglia. La giornata era particolarmente fredda, l’aria aveva la trasparenza del cristallo.

Dopo che ci fummo allontanati da casa mi tolsi la cuffia di lana confezionata dalla nonna ai ferri grossi che la mamma aveva insistito che mettessi, perché pensavo che mi facesse sembrare ancora più giovane di quanto fossi realmente. Il giorno dopo avevo l’otite.

Giunti sul posto mi incantai subito all’atmosfera di musica natalizia, delle mille luci e colori e dei profumi invitanti che sprigionavano i caratteristici dolci della tradizione trentina.

A questo punto devo premettere che fin dal momento in cui mio fratello mi aveva presentato Monica mi ero innamorato di lei. Da allora avevo sofferto in silenzio, ma cercando in ogni modo di accodarmi quando i due andavano da qualche parte.

C’era un timido sole invernale che si insinuava qua e là tra le centinaia di bancarelle riflettendosi sugli addobbi esposti. Monica era tutta indaffarata tra le numerose idee regali, correva da un banco all’altro confrontando aspetto e prezzi. Poi comprammo tre bicchieri di vin brulé per riscaldarci.

Più tardi, sulla via del ritorno, a un tratto mio fratello disse di aspettarci e corse a salutare un gruppo di studenti che conosceva.

A Monica bastò uno sguardo per accorgersi che fra quei ragazzi c’era anche la ex di mio fratello.

Ci sedemmo su un muretto e Monica diventò sempre più imbronciata. Disse che la ex di mio fratello cercava ogni occasione per rivederlo perché voleva ricominciare la storia.

Tutto d’un tratto Monica mi circondò con un braccio le spalle, si avvicinò al mio orecchio e disse: “Lo sai che tu mi piaci?”

La guardai esterrefatto e dissi con la bocca che mi tremava: “Dai, mi prendi in giro.”

“Non é vero”, rispose, “mi piaci da quando ti ho visto la prima volta.”

“Ma tu… stai con mio fratello”, balbettai stupidamente.

“Che c’entra?”, fece lei e mi diede una strizzata alla coscia. “Mica siamo fidanzati ufficialmente.”

Poi aggiunse in fretta: “Mi dai il tuo numero del cellulare?”

Farfugliai, schiantato: “Per farne… che?”

“Per chiamarti, sciocco!”, rispose lei, ridendo, ma mentre rideva sbirciava nella direzione di mio fratello.

“Perché mi vuoi telefonare?”, insistetti come quando ci si intestardisce a voler sapere per quale motivo non si arriva alla Fata Morgana che sembra lì a due passi.

“Perché mi piaci”, fece lei.“Vorrei che ci vedessimo di nascosto.”

Mi venne una ridarella nervosa, ero totalmente sottosopra.

“Allora il numero?”, mi pressò.

Quasi senza respiro glielo dettai e lei lo memorizzò sul suo telefonino. Poi infilò un braccio sotto il mio in un gesto che mi parve molto intimo.

“Tu sei più bello di Piero”, mi bisbigliò all’orecchio. “Scommetto che non sei mai stato con una ragazza.”

Effettivamente non c’ero mai stato. Avevo solo quindici anni e lei diciotto. Mio fratello invece venti.

Lei fece un risolino e disse con una voce che non si capiva se dicesse seriamente o per scherzo: “Ti insegno io come si fa, lo so da quando ho tredici anni.”

Mi torchiò il pollice: “Ehi, ti andrebbe?”

Diventai rosso e annuii. Ma fu anche il momento in cui mi venne una paura tremenda, un vero attacco di panico. E come reazione presi la sua testa fra le mani e la baciai sulla bocca. Era la prima volta che baciavo una ragazza con la lingua dentro. Ma quasi all’istante mio fratello mi mise letteralmente in piedi e gridò: “Sei per caso impazzito?”

Era bianco in viso dalla rabbia e dalla gelosia, ma ciò che fu peggio erano le parole di Monica: “Meno male che sei arrivato! E’ un’ora che tuo fratello mi fa il filo. Non so cosa si sia messo in testa quel matto!”

Poi prese a braccetto mio fratello e lo trascinò via ridendo.

Rimasi lì come inebetito, e mentre da qualche bancarella arrivarono le note di “Tu scendi dalle stelle…” mi misi a piangere.

Antonio

————————————————————————-

Rien ne va plus

Erano stati compagni di scuola. Erano stati compagni di cortile. Erano stati compagni di ginocchia sbucciate.

Erano stati compagni dei primi baci dati per scherzo, poi per sfida, poi per amore.

Erano stati compagni di gite in moto, di due incidenti per fortuna non troppo gravi, di funerali quando rispettivamente erano morti la nonna di lei e il nonno e il padre di lui.

Erano stati compagni di viaggio, in amicizia, in amore, avidi di vedere, di far esperienza di nuovi luoghi, nuove lingue, nuovi usi e costumi.

Erano stati compagni-bambini, compagni-adolescenti, compagni-adulti.

Ventenni moderni, cellulare, internet, paninoteca, discoteca, i cicchetti, qualche canna.

Poi erano diventati giovani adulti, ventisei e ventinove anni.

Lei si sentiva pronta. Aspettava. Non tanto l’anello, ma sì, anche l’anello, ma ciò che significava.

Aveva cominciato a dargli degli aut aut, oh, teneri, cauti, tra le righe. Poi l’ultimo, più esplicito. Anzi, esplicito. Lui sembrava aver capito: ora o mai più.

L’occasione era un fine settimana. A Venezia, là gli zii di lei possedevano un piccolo appartamento che si affacciava sulla laguna. Glielo avevano prestato.

Si stava levando un vento leggero, era una delle ultime sere d’estate.

Lei guardava le onde. Lui aveva detto che glielo avrebbe dato proprio su un vaporetto, l’idea gli era sembrata romantica.

Una gondola passò accanto restando invisibile per un tratto. Al centro di essa un violinista sbrindellava una melodia davanti a una coppia di sposi che si stava baciando.

I minuti passavano, dopo un po’ lo sforzo dell’attesa divenne insostenibile.

“Avresti preferito in casa?”, chiese lui.

“No”, lei rispose, distolse il capo e disse: “Potevi chiedermelo a terra se preferivo che tu me lo…”

“Ci ho pensato solo adesso”, lui si giustificò.

“Come sempre in ritardo”, ribadì lei, ora con un lieve tono aspro nella voce.

“Non arrivo sempre in ritardo.”

“Sì invece.”

Era il momento giusto, era il momento.

Tra un attimo, solo un attimo glielo avrebbe dato. Era deciso. Tuffò la mano nella tasca della giacca e sfiorò l’astuccio con l’anello. Tra un attimo… solo un attimo ancora.

Lei rimase a guardarlo come aspettandosi il suo gesto, il sorriso, l’espressione felice, lo sguardo che rispecchiava il presente e forse già un velo del loro comune futuro.

Ma lui tacque volgendosi verso la laguna e i palazzi illuminati. Fissò le luci lontane che si spandevano nei suoi occhi cercando di rimetterle a fuoco.

Poi vide una collega di lavoro, tirò fuori la mano dalla tasca, le andò incontro, la salutò calorosamente. Era una buona collega, andavano d’accordo. Tutto qui, buoni colleghi. Andavano molto d’accordo sul lavoro.

Si perse in un paio di chiacchiere, due minuti, forse quattro, poi la salutò: “Ci vediamo lunedì in banca, sono in compagnia.”

Nel frattempo il vaporetto era attraccato, lei non c’era più.

La cercò dappertutto, infine ritornò all’appartamento, ma non era nemmeno lì.

Così come era, lei aveva preso il treno e se ne era tornata a casa.

Rien ne va plus.

Michele, 27 anni, impiegato in banca

———————————————————————–

Ci sono altri treni

Eva avanzò un paio di passi nel piccolo cortile a pergolato, lungo le mura bianche dove cascavano i ciuffi di glicini fioriti. Sentì svolazzare gli uccelli che da sempre abitavano i cespugli dei rampicanti.

Accanto alla porta c’era una sedia a dondolo, sapeva che di lì a poco la portinaia sarebbe uscita con i bigodini ancora in testa e in mano la prima tazzina di caffè. Era presto, nemmeno le otto.

Aspettò.

Come a volte accade nella vita, si comprende l’importanza di un incontro solo dopo che la persona non si è più fatta viva. Può allora succedere che lui ti cresca dentro finché un impulso irresistibile non ti spinge a cercarlo.

Eva aveva giocato le sue solite carte: lasciarsi desiderare, provocare le sue gelosie, concedersi e negarsi un attimo dopo. Con gli altri aveva sempre funzionato, rafforzando l’interesse e aumentando il desiderio.

In un primo momento aveva fatto effetto anche su Giacomo, ma poi era sparito. Senza dare spiegazioni.

Eva era stata prima incredula, poi irritata, alla fine aveva sentito quel click al cuore. Era il segnale, arrivava forte e chiaro.

Ma lui aveva cambiato il numero del cellulare e il centralino del suo ufficio, con un pretesto e l’altro, non gli passava le sue telefonate.

La donna si fermò un istante sul varco della porta prima di avvicinarsi, strofinando le mani in un panno da cucina.

“Signorina Eva, qual buon vento?”

“Passavo da queste parti…”

Lo sguardo dell’altra divenne serio: “Sperava di trovarlo qui?”

Eva annuì e guardò verso i terrazzini pervasi dai rampicanti che si attorcevano strettamente attorno alle ondulate decorazioni liberty.

“Da quando non lo vede?”

“Saranno… é più di un mese.”

Con aria pensosa la donna si mise a osservare una manciata d’erba nata in un solco del muro.

“Era molto innamorato di lei”, dichiarò infine, voltandosi.

Era… A Eva sembrò che la modesta parola fosse un alito di vento che nascesse e morisse all’istante davanti ai suoi occhi.

“Ma é successa una cosa strana”, continuò la donna.“Una ventina di giorni fa venne a trovarmi mia nipote…”

Eva notò assurdamente che il colore dei suoi capelli, viola scuro, era lo stesso delle ciocche dei glicini.

“Per farla breve, fra lei e Giacomo ci fu come… sa quando due si piacciono all’istante? E da allora…”

Il corpo di Eva fu scosso da un moto rapido, indefinibile, come una gelida vertigine.

“Non si sente bene?”

Fingendo di guardare l’orologio, Eva rispose, nella voce un piccolo suono soffocato: “Mi sono accorta che ho perso il treno. Sarei dovuta andare via mezz’ora fa.”

“Ci sono altri treni per Milano, signorina. Credo addirittura uno all’ora.”

Una nube scura aveva nascosto il sole. Subito l’aria sembrò fredda.

di Patrick Consalvi

————————————————————————–

La sirena di Mestre

Quel giorno la portai sul Lido, lei era bellissima, un sogno di ragazza. Vent’anni ancora da compiere, aspettava mio figlio. Sentivo di dover essere grato e soddisfatto: un matrimonio sostenuto da entrambi i genitori, niente preoccupazioni economiche. Avevamo già tutto: l’appartamento, il televisore di ultima generazione, il viaggio di nozze pagato ai Caraibi.

Dopo pranzo, consumato in un piccolo ristorante specializzato nella preparazione del pesce, andammo al molo. Lei era al quarto mese, non si vedeva quasi.

I gabbiani tornavano e partivano e li invidiavo nei loro viaggi vuoti fatti di aria e acqua, aria e acqua ancora, un pesce subito dimenticato, e aria e acqua di nuovo fino al prossimo pesce da scordare. L’hai sempre saputo che l’altra non sarebbe stata mai nulla per te, ricominciai a pensare come un disco rotto. E nello stesso tempo mi dissi: smettila di pensare a lei, é diventato perfettamente inutile. Ora hai altre cose a cui pensare, per cui vivere: il matrimonio, un bambino in arrivo. Ma quel pomeriggio il pensiero non mi lasciava: la donna giusta l’hai già perduta. Un assurdo refrain, amaro e stupido.

A un tratto annaspai in un vuoto immenso, non sentivo altro che il riflusso dei canali che rigurgitavano l’acqua scura per l’apertura dei condotti. La donna giusta l’hai già perduta…

Tornai in me quando mia moglie disse: “Sento delle fitte, non posso respirare…”

C’era un problema, spaventato a morte la portai al pronto soccorso. La trattennero per la notte, quasi morivo di paura e angoscia per la sorte del nascituro. La mattina dopo me la portai a casa. Era tutto a posto. Dopo quell’episodio, l’altra era come cancellata dalla mia mente, dal mio cuore.

Giacomo nacque all’alba. Incredulo e felice spalancai una finestra nel corridoio della clinica e gridai fuori: grazie! Non sapevo a cosa e a chi: grazie!

Sentii il monotono canto del porto e la sirena.

La sirena di Mestre.

Angelo del F. laureando in medicina (il che non vieta di amare la scrittura)

———————————————————————– 

Il ritorno

A poco a poco che erano passati i mesi, il richiamo di quella casa era diventato sempre più forte.

Davanti al cancello il giovane dovette fermarsi perché il cuore gli batteva sotto la gola. Era alle prese con una crescente sensazione di angoscia, gli mancò il fiato. Non era forse venuto per cercare questo dolore?

L’interno dell’edificio antico era fresco, i gradini di legno avevano mantenuto la vecchia fragranza di resina.

Entrò nell’appartamento e subito nella stanza più grande, quella in cui avrebbe trovato i ricordi più intensi.

Aprì la finestra e notò che fuori non si vedeva più la fessura tra i palazzi sul Canal Grande, e più oltre lo squarcio luminoso tra l’isola e la terraferma, e più oltre ancora l’orizzonte. I rampicanti avevano invaso tutto lo spazio, ma anche scostandoli con le mani riusciva a scorgere solo le impalcature di una nuova, grande costruzione.

Si voltò, nell’angolo c’era la sua chitarra. La avvicinò, fece scorrere il polpastrello sulle corde, all’altezza del ponticello. Gli sembrò di ritrovare le sue mani. Mani giovani, forti, che sapevano cosa prendere e cosa lasciare.

Anche lo sgabello era al solito posto come se fosse passato solo un’ora dacché lei una mattina vi era salita per arrivare all’oblò e guardare fuori. Da lì si vedeva solo la laguna, ma lei la chiamava il mare. “Non c’è forse l’acqua? E allora là fuori c’è il mare”, stabiliva con quel suo sorriso a metà strada tra la bambina e la donna adulta.

Rivide la scena.

Lei aveva chiesto di reggerla e lui la teneva stretta in vita, con le braccia alzate, in equilibrio, e lei si lasciò andare. Aprì l’oblò senza farlo stridere, solo lei sapeva farlo.

Fu in quel momento che lui capiva che la voleva con sé. Occorreva solo dirglielo, senza più equivoci. Un rapporto serio, questa volta, continuativo. Vivere insieme. Ecco tutto.

Lui tremava perché all’improvviso si rendeva conto che ciò che serrava fra le dita era il suo sogno. Lo teneva in alto, quel sogno, quasi a mostrare la bellezza di lei al cielo e poi a difenderla perché il cielo non se la portasse via.

“Non so decidermi se accettare il lavoro a Londra o se restare a Venezia”, disse lei, dall’alto. “Certo, lo stipendio in Inghilterra sarebbe il triplo.”

Ora o mai più, lui doveva scegliere. Scegliere finalmente la convivenza, la quotidianità di un rapporto, le nuove responsabilità…

“Sei tu che devi sapere che cosa vuoi fare della tua vita. Se ti piace l’idea di andare in Inghilterra… devi decidere tu.”

Perché aveva detto quella frase? Fu esattamente il contrario di ciò che avrebbe voluto rispondere. Perché?

La reazione di lei fu inaspettata.

“Fammi scendere!”, disse con un tono aspro ed esasperato. E, rimesso i piedi sul pavimento, aggiunse: “Ti rendi conto che per l’ennesima volta mi hai detto di no?”

Corse fuori, a precipizio. Giù per le scale in un volo. E davanti alla biblioteca, che da mesi frequentavano insieme, ebbe l’incidente che la spense all’istante.

Il giovane passò una mano sul legno secco dello sgabello e all’improvviso gli scendevano le lacrime.

Non aveva ancora pianto da allora.

Enrico, studente di letteratura moderna

————————————————————————-

Le eterne dune

“Ecco qui”, disse lei, davanti al cancello del parco. “Non mi piace che ci salutiamo in mezzo ai treni.”
Si avvicinò e gli prese le mani.
Ti prego, pensava lui, fai che non sia questa la fine.
“Ho pensato a una cosa…”, accennò lei, come se guardasse oltre il tempo: “Mi aspetterai?”
Lui stava sull’orlo di un abisso, ritornò alla vita, tremava.
“Ti aspetterò”, rispose.
Poi lei corse via, incredibilmente in fretta, ed era già scomparsa.

Lui l’aveva aspettata.
E camminando da solo sulla banchina, tra gli approdi vuoti, aveva sentito quanto lunghe sono le stagioni e quanto lunghi e interminabili sono gli anni, e quanto spaventosamente eterna é la vita che un attimo prima angosciava per la sua brevità.
Non si accorgeva che la aspettava ancora.

Dei loro giorni non era rimasto niente. Una brezza li aveva sfiorati, volando via in fretta.
E chi può dire se in quell’attimo non dovesse essere concentrato tutto? Chi può dire cosa ci sia prima del nostro formulare un pensiero, nell’istante in cui il vento scompiglia i nostri capelli, poi, scorrendo, porta il profumo nell’aria?Prima ancora che possiamo accorgerci della bellezza di quel momento, prima, prima ancora, prima che le nostre sabbie vengano disperse dalle tempeste, prima che clementi o terribili stagioni formino le nostre dune…

Prima, prima ancora, cosa c’è?

A.T.

—————————————————————————-