Porta di Brandeburgo
IL SOLE-24 ORE
14 Settembre 1997
di Andrea Casalegno
“Porta di Brandeburgo, Storie berlinesi 1945 – 1947″, é un libro di racconti, che sostituisce alla straripante ricchezza autobiografica del libro d’esordio la secca brevità di nove storie che, per essere di fantasia, non aspirano meno per questo all’ambizione di essere “storie vere”. In una soltanto, l’ultima, l’autrice é chiaramente riconoscibile nella stessa bambina del Rogo di Berlino, anche se qui si chiama Karin, e il diabolico e viziato fratellino Fritz non è Peter. La storia dell’orsacchiotto di Fritz, che riceve un permesso personale di volo per poter lasciare Berlino nel 1948 – storia non solo vera ma autenticata dalla riproduzione del timbro dell’aeroporto militare di Berlino-Gatow, chiude con classica sobrietà queste vicende di guerra e dopoguerra. I lettori ancora innamorati del primo libro possono partire da qui. Negli altri racconti – uno dei quali, il più artificioso, é con modestia intitolato “Appunti per un romanzo” – Helga Schneider abbandona la prima persona, esplicita o implicita, e assume il ruolo tradizionale del narratore. Ma il primo – dieci giorni, dal 22 aprile al 2 maggio 1945, nella vita di Erich, un ragazzo ebreo che riprende i sensi accanto al cadavere della madre, rosicchiato da un grosso topo – é ancora una volta basato su ricordi autentici; e ne trae una grande forza.
Sono storie di orrore, di sofferenza, e dell’impossibilità di superarla (il cane Sep che “muore di pace”). Ma anche di più o meno occulto condizionamento ideologico: dalla ragazza (”Hanni”), che denuncia “quasi” un ebreo con cui ha fatto amicizia, alla bellissima giovane “ariana” strappata alla madre e trasformata in fanatica postuma del Führer.
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L’albero di Goethe
Editore Salani
Primo Premio “Terre del magnifico”
L’albero di Goethe racconta di un gruppo di ragazzi tedeschi internati nel campo di concentramento nazista di Buchenwald, legati da un’amicizia salda ma costantemente minata da mille pericoli. E’ doveroso precisare che la loro potrebbe essere la storia di altre centinaia di migliaia di giovanissimi che in quegli anni furono esposti alla violenza e alla barbarie dei Lager nazisti costretti a vivere esperienze devastanti per la loro futura maturazione fisica, affettiva, psicologica, sessuale e morale.
Secondo una ricerca di Helena Kubica, dei 1.500.000 internati nel solo campo di Auschwitz, 234.000 furono bambini e adolescenti dalle origini più disparate, tedeschi compresi.
Malgrado affronti un tema arduo ho immaginato L’albero di Goethe per lettori giovani: ragazzi che non hanno alcuna esperienza diretta della guerra e di tutto ciò che porta con sé: odio, violenza, miseria, distruzione.
Per me, che da bambina ho vissuto la guerra nella capitale del Terzo Reich, Berlino, il pensiero che i nostri ragazzi non debbano vivere sulla loro pelle gli orrori dei conflitti armati é indubbiamente confortante.
Tuttavia, guardando alcuni anni addietro le immagini della ex Jugoslavia e ascoltando chi parlava di “pulizia etnica” e campi di sterminio, molti di noi avranno pensato: “In Italia non potrebbe mai più accadere.”
Ne siamo proprio sicuri?
Helga Schneider
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Il Rogo di Berlino
CORRIERE DELLA SERA
30.6.1995
di Giulio Nascimbeni
ELZEVIRO
La ragazza del Rogo di Berlino
Berlino, fine aprile 1945
La capitale del Terzo Reich stava per chiudere la sua immensa agonia. Questione di ore, e Adolf Hitler si sarebbe ucciso insieme a Eva Braun. Questione di ore, e lo stesso avrebbero fatto Joseph e Magda Goebbels, dopo aver avvelenato con il cianuro i sei figli immersi nel sonno. Il centro della città era sotto il tiro delle artiglierie sovietiche. Occupati alcuni quartieri, l’Armata Rossa puntava verso il Reichstag e il bunker della Cancelleria.
Tra la gente rifugiata nella cantina di un palazzo,
si trovava si trovava una bambina di sette anni
e mezzo. Davanti ai suoi occhi azzurri passavano infiniti orrori. Poco prima, uno sconosciuto ragazzo con la divisa delle SS era entrato nel
rifugio gridando: “E’ tutto perduto, siamo nelle mani dei bolscevichi. Heil Hitler!”, e si era sparato un colpo di pistola in bocca. (…)
Una pattuglia russa aveva già fatto irruzione nella buia e puzzolente cantina. Erano in sei e avevano domandato: “Qui soldati germanskie?” Poi si erano presi gli urri, gli orologi. Poco dopo erano arrivati due sovietici ubriachi. Nel rifugio c’erano due ragazze, Gudrun e Erika, malata di tisi. Un soldato trascinò Gudrun in un corridoio, mentre l’altro con il fucile spianato teneva a bada i presenti. I due si diedero il cambio e toccò a Erika, tremante e pallidissima. (…)
Lo stupro avvenne su un materasso sul quale s’allargò una macchia di sangue. Erika morì il giorno dopo. (…)
Perché soltanto adesso, nel pieno della maturità, Helga Schneider ha deciso di dare ordine ai brandelli della memoria? Perché ha cercato di risvegliare quei patimenti lontani, la fame, la sete, la sporcizia, i fragori immani delle bombe, il fetore dei cadaveri? (…)
Va precisato un dato fondamentale per la comprensione di questo libro dalla tensione implacabile: quando Helga aveva quattro anni fu abbandonata, insieme al fratellino Peter di un anno e mezzo, dalla madre che si arruolò nelle SS. Il padre era sotto le armi nella Wehrmacht. (…)
I ricordi degni d’essere citati sarebbero innumerevoli. Il libro é proprio senza tregua, come l’esistenza delle migliaia e migliaia di esseri umani che a Berlino conobbero la realtà di un inferno senza speranza. (…)
Ma un ricordo si staglia, nitido e impressionante. Nel dicembre del 1944, Helga e il fratellino Peter, con altri bambini, furono per due giorni “ospiti speciali del Führer” nel bunker sotto la Cancelleria. (…)
Poi arrivò lui, Adolf Hitler. Si fermò davanti a Helga, le tese la mano calda e sudaticcia, e le chiese: “Come ti chiami?” La bambina rispose: “Helga”, ma si dimenticò di aggiungere mein Führer, come le avevano insegnato. Mezzo secolo dopo, la Helga di oggi rivede un vecchio dai movimenti stentati, un lieve tremolio alla testa, il braccio sinistro inerte lungo il fianco e nelle pupille “uno strano lucicchio come se un folletto ci ballasse dentro”.
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Stelle di cannella
PREMIO ELSA MORANTE
di Elisabetta Bolondi
Questa volta la Schneider ha scelto un pubblico giovanile per raccontare, quasi come in una favola, la storia di due ragazzini undicenni, l’ebreo David e il cristiano Fritz e dei loro gatti, la bianca Muschi e il nero Koks, che attraverso le vicende della loro vita quotidiana ci aiutano a capire come é stato possibile che nel centro dell’Europa cristiana nel 1933 sia stato possibile che si verificasse ciò che é in effetti accaduto.
Il libro descrive un arco di tempo delimitato che va dal dicembre 1932 al Natale del ‘33, mostrandoci in modo progressivo ma incalzante come in un solo anno sia stato possibile che la Germania impercettibilmente abbia assorbito il veleno nazista e si sia fatta, in parte inconsapevolmente, strumento di discriminazione, di distruzione dei fondamenti del vivere civile fino all’orrore della deportazione e della soluzione finale.
Il tono, il registro linguistico, il ritmo della narrazione sono molto pacati: ciò che l’autrice ci vuole mostrare é l’estrema naturalezza e l’apparente semplicità con cui é avvenuta la nazificazione della Germania.
Lene, ad esempio, pur amando la sua famiglia, costretta ad una scelta non può che schierarsi dalla parte del marito: questi non ha potuto che scegliere di appoggiarsi al governo per sostenere la sua professione di medico. Così, in un groviglio di piccoli compromessi, lievi rimozioni della coscienza, obblighi apparenti, scelte opportunistiche, si é consumata una delle pagine più drammatiche dell’intera storia del Novecento.
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Lasciami andare, madre
CORRIERE DELLA SERA
10-03-2001
Il libro del giorno
di Giulio Nascimbeni
I campi nazisti di sterminio, le camere a gas, i forni, l’ininterrotta cremazione di corpi, gli esperimenti su cavie umane, le iniezioni di acido fenico direttamente nel cuore: perché una figlia vuole che sua madre narri gli orrori di quelle tenebre?
Il nuovo libro di Helga Schneider, Lasciami andare, madre, già autrice dello sconvolgente Il rogo di Berlino uscito nel ‘95, é il racconto angoscioso, tra lucidità e rimozioni della memoria, tra irrevocabili
distanze e oscuri spettri, di un incontro che é concluso dalla frase scelta per il titolo. Prima Helga ha interrogato quella vecchia dagli occhi azzurrissimi, dal corpo che sembra “un guscio vuoto sul punto di sgretolarsi”.
Le risposte sono ancora dettate da un’avversione implacabile per le prigioniere ebree di Birkenau (dove la madre faceva la guardiana). La madre ricorda con atroce precisione: “Di notte frignavano per i loro marmocchi passati per il camino”. E aggiunge le parole della sua disumana fede: inflessibile disciplina, obbedire agli ordini, odiare gli ebrei come dovere imprescindibile per una SS. In questa abissale nostalgia della mostruosità dalla quale ebbe facoltà di vita e di morte sulle prigioniere e che le fa dire: “io resto ciò che ero”, la madre insinua ogni tanto un sommerso bisogno di tenerezza.
L’incontro sta per finire. Un dubbio assale Helga: “Madre, sei stata davvero un’irriducibile nazista o hai detto tutte quelle cose orrendebper aiutarmi a odiarti?”
No, Helga non odia e non ama. Un brivido profondo percorre le ultime righe come “un’insanabile sensazione di irrealtà”.
Il libro arriva da tenebre mai superate, da nebbie invincibili che assediano la memoria.
Lo si legge trattenendo il respiro.
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Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
di Mauro Meo
Un viaggio. Nella memoria, nel passato, nel dolore. Silenzioso e profondo, appena sopito ma così vivo, così forte ancora, come ogni ferita che mai potrà rimargirsi del tutto. E forse questo è anche un bene. Perché quella ferita ci potrà far ricordare per sempre, non potrà mai più farci dimenticare. La memoria, il ricordo. Il dolore. “Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario”. Anche se fa così male, noi nel nostro presente così protetto, nella bambagia così spesso. Ci serve il ricordo, per conoscere, per poter non dimenticare. Quel viaggio, che non è un nostro viaggio ma è così nostro al tempo stesso, così attuale, così profondamente di ognuno di noi, anche se ognuno di noi vorrebbe chiudersi gli occhi, vorrebbe pensare che certe cose non possono mai essere esistite, che certe cose mai più potrebbero tornare. E invece sono esistite, e invece, in modo diverso, in altre forme, accadono ancora oggi, forse accadranno con la stessa violenza, con lo stesso dolore, con lo stesso stupore domani. La memoria serve. Ci sono cose che non si possono capire, ma che si debbono conoscere.Capita a volte che si prenda un libro in una biblioteca. Piace la copertina, incuriosisce il titolo. Si immagina forse la storia, il racconto. Ma poi non è così. La Storia, non il racconto ma la Storia vera, il nostro passato, va oltre. Si entra in un inferno, si sente semplicemente il dolore. Con lo stupore di chi pensa che certe cose non possono essere mai accadute. Ma non è così, sono accadute. Anche se ancora oggi c’è chi è capace di giustificarle. Anche se ancora oggi c’è chi è capace di negarle. La memoria, il ricordo, servono per capire quanto pericolose ed idiote siano queste persone. (…) Una nonna forte, ottanta anni nel 1997. Il giorno del suo compleanno, un marito che ama ancora profondamente, tanti nipoti, gli amici più cari al suo fianco. Una nonna che è felice. Ma con un’ombra. Un nome lontano, Adolf, un piccolo bimbo senza ciglia. E quell’album di fotografie che regala tanti ricordi, tanti attimi di un passato ancora così vivo, ancora così presente. Mai ci potrà essere la pace vera, sempre, finché ci sarà il ricordo, quell’ombra rimarrà nella vita di Grete. È così forte il richiamo di quelle fotografie, anche se Rudi si preoccupa, perché voler ricordare ancora, perché andare alla ricerca di un passato così doloroso. Ma non vi potrà mai essere passato per Grete, tutto è ancora presente. Quelle foto aiutano, ma tutto ancora è nel suo cuore, nei suoi pensieri. Le foto sono appena un pretesto, una scusa, per poter ricordare. Adolf. Non era solo il nome di Hitler. Era anche il nome di un piccolo bimbo. Il primo figlio di quella nonna, di Grete. Anche lei nazista, forse come furono molti tedeschi. Nazionalismo, orgoglio, voglia di rivincita. Prima ancora di ogni follia. Cresciuta come nazista, senza colpa in questo se non quella di aver voluto seguire il padre, di non aver sentito i dubbi della mamma che già vedeva in Hitler il diavolo. E poi conosce un uomo affascinante Gregor von Witting. Bello, importante, ricco, sicuro di se. Un uomo importante nella “questione ebraica”. L’amore di lei, forse solo la voglia di lui di sposarsi con un’ariana perfetta, ne aveva anche controllato la purezza della razza, di fare figli perfetti, ariani, per la Germania nazista, per Hitler. Niente amore, a cosa serve l’amore. Anche se Grete ci crede all’amore, pur in tempo di guerra. Anche se piano piano comincia a conoscere il marito. Anche se piano piano comincia a capire l’orrore vero della “questione ebraica”, dell’abisso in cui la sua gente si sta infilando. Solo a volte è così facile chiudere gli occhi. Ecco forse la colpa di molti tedeschi in quegli anni, come di molti di noi davanti alle follie del nostro tempo. E poi quel bambino che sta crescendo dentro di lei, quel bambino da chiamare Adolf, per far contenta la famiglia di lui, per quell’emozione provata davanti al carisma di Hitler conosciuto di persona.(…) Solo che a volte poi il destino ama far giustizia, anche se in modo bizzarro, anche se in modo cattivo. Due persone perfette, due ariani senza macchia alcuna, possono fare un bimbo non perfetto ai loro occhi. O almeno non perfetto agli occhi di Gregor, occhi che non avevano amore.(…)Un bel libro questo di Helga Schneider. Drammatico, tragico, ma a tratti anche lieve, poetico. A volte la tragedia fa ancor più male quando è trattata per lunghe pagine con un accenno di poesia. Un libro in cui la vera protagonista è la memoria. Quella di Grete che ci riconduce nel suo passato, che muove materialmente il libro, che ne è la sua struttura portante. Ma anche della Memoria, del ricordo. Di un passato tragico, orribile, di ferite ancor oggi aperte e dolorose. Un passato che si vorrebbe dimenticare, ma che invece si deve ricordare sempre. Non per farne occasione d’odio o di vendetta, si ricadrebbe nello stesso orrore. Ma per ricordare quanto male possa fare l’uomo, fin dove può arrivare la sua follia, la sua cattiveria. Per cercare di non fare più gli stessi errori. Per cercare di non aver paura a combattere la follia.Perché comprendere è impossibile ma conoscere è necessario.
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Io, piccola ospite del Fuhrer
Einaudi
di Mary Amodeo
Helga Schneider dal 1963 ha scelto di vivere e di scrivere in Italia, il libercolo “ Io, piccola ospite del Führer” è il suo contributo al dibattito su “La Caduta”, il film di Oliver Hirschbiegel prodotto in Germania e trasmesso da Radio Uno di Lugano nell’aprile 2005. Il regista, anche biografo del Führer, ricostruisce gli ultimi 12 giorni della vita di Hitler, chiuso nel bunker di Berlino. La Schneider, chiamata a dare il suo parere sul lato umano del capo del partito nazista e su come questo aspetto emergesse tragico nel momento estremo della guerra (inverno 1945), al fine di non essere fraintesa dai suoi lettori, che la conoscono come autorevole, convinta antinazista, decide di rispondere all’intervistatore parlando non delle sue impressioni sul film, ma della sua vicenda di bambina scelta, con un ristretto gruppo di piccoli tedeschi, tra cui è anche il fratellino Peter, di soli quattro anni, per incontrare, nel 1944, nel suo bunker il Führer mentre Berlino bruciava colpita a morte dai continui attacchi aerei. “Io piccola ospite del Führer” è il racconto di una Berlino che sta morendo e dell’impressionante tragica, grottesca visione di un uomo tanto temuto ma già ridotto ad uno spettro imbiancato. In realtà la storia del viaggio in bus per le vie di Berlino, dal quartiere dove la piccola Helga vive con la matrigna e il vecchio nonno Opa, fino alla cancelleria del Reich sotto cui era il bunker in cui sopravviveva Hitler, sono la cornice per una bellissima pagina di storia non ufficiale e popolare della Berlino del 1944.
Helga e il piccolo Peter vengono scelti perché la loro zia, Hilde, lavora al Ministero della guerra, nell’ufficio di Goebbels e perché durante la visita che durerà due giorni saranno offerte, ai piccoli visitatori e a coloro che li accompagnano, delle succulente salsicce di fegato, una vera, insperata leccornia in tempi di fame per tutti tranne che per il ristretto entourage di Hitler. La fame è il nemico mortale della popolazione di Berlino, insieme al fuoco dei bombardamenti e alla sporcizia che tutto sommerge. La piccola Helga è profondamente colpita da quel terribile senso di morte che assedia la vita dei berlinesi, ma ciò che Helga vede nella capitale del Reich, in quel terribile inverno 44’, è lo specchio di tante altre città, non solo tedesche, colpite al cuore dalla guerra che lascia dovunque i segni della distruzione: edifici martoriati dai bombardamenti, strade ingombrate di macerie, donne, bambini e vecchi che vivono pressoché tutto il giorno assiepati nei rifugi antiaerei, con uno sfondo esistenziale condiviso e vivo ancora nel ricordo di tanti adulti, allora bambini, non solo tedeschi, che della guerra ricordano gli orrori, la paura, i bombardamenti, la miseria quotidiana, la fame continua. In quell’inverno Helga era solo una bambina ma già tanto adulta da accompagnare il fratellino di Peter e di questi esserne in qualche modo la responsabile, perciò quel viaggio diventa per lei una corsa rivelatrice della tragica realtà storica di una Berlino che muore mentre la sua popolazione è ancora divisa tra coloro che sono convinti che Hitler è il grande salvatore, il padre, il giustiziere e che appena la guerra finirà tornerà a dare grandezza ad un popolo ancora non sconfitto e gli altri, come l’autista del bus, oppure il vecchio Opa o anche la stessa Helga che vedono la cruda verità: il momento estremo della fine è giunto e sono crollate le grandi, tragiche illusioni di un intero popolo! È in questo stato d’animo che Helga per caso scopre come il bunker sia dotato ancora, in quel terribile inverno, di una fornitissima dispensa, in cui non manca niente, mentre la gente di Berlino si trascina per le strade alla spasmodica ricerca dei viveri. E tutto questo perché al Führer e al suo entourage non manchi niente. E poi che scempio è diventato il temibile Hitler:
“.. osservo il suo naso, lungo e brutto, le guance, flosce, con le rughe, infine la bocca grinzosa sovrastata dai famosi bafetti, ormai ingrigiti, ma tagliati con cura.
Sì Hitler ha proprio una bruttissima cera!
Allora mi succede una cosa strana. Il grande Führer del Terzo Reich mi fa pena. Sembra vecchio e malato. E mi dico “Mein Gott, quest’uomo non può fare più nulla per la Germania”. …
Il mio ricordo del Führer è limpido, indelebile. Un uomo che dimostrava molti più anni dei cinquantasei che aveva allora, dalla testa tremolante e dal fisico distrutto. Così diverso da come lo descrisse Josef Goebbels il 20 dicembre 1944 nel suo diario “sono molto felice che il Führer si senta in così formidabili condizioni fisiche e psichiche”.
Ora due sono le possibilità o Goebbels era ancora cieco di fanatismo nazista tanto da non vedere l’invecchiamento del Führer oppure nel giro di quattro mesi anche Hitler dovette sentire che nonostante la propaganda tutto era perduto ed il terrore di essere catturato e ucciso, come capitò poi a Mussolini, doveva distruggerlo, consumarlo nel fisico e nello spirito.
“Io, piccola ospite del Führer” si può far leggere ai nostri studenti con l’assoluta sicurezza di leggere una pagina viva della storia del secolo scorso, ma anche come se si trattasse della visione di una istantanea, della foto di un anno, di una generazione,di un popolo, di un dittatore.
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L’ Usignolo dei Linke
Il Sole 24 ORE
14.03.2004
Di Andrea Casalegno
E’ bravissima Helga Schneider, come scrittrice e come persona. Come scrittrice é esemplare nella fedeltà ai propri temi, gli episodi salienti del proprio passato di bambina che ha vissuto la tragedia della Germania, e per la capacità, che presume una consumata abilità narrativa, di farli rivivere sotto i nostri occhi attraverso un’estrema attenzione ai particolari concreti e alla dinamica degli stati d’animo. Come persona é ammirevole per l’occhio impavido con cui sa fissare quel passato, per il rispetto dei sentimenti, propri e altrui, per la cura affettuosa che mette nel difficile compito della testimonianza. E’ bello che questa donna tedesca che vive in Italia dal 1963 abbia scelto la nostra lingua per la sua attività letteraria, e gliene siamo grati. L’usignolo dei Linke dà ora voce, con calda partecipazione ed esemplare misura, al calvario dei contadini tedeschi della Prussia Orientale che, tra la fine del 1944 e l’inizio del ‘45, lasciarono i loro poderi per fuggire davanti all’Armata Rossa. La madre del ragazzino Kurt, Ludwika, é una lontana parente del nonno di Helga. Ecco perché, nell’estate 1949, Helga vedrà arrivare un piccolo ospite cupo e taciturno, che i nonni le raccomandano di accettare con affetto e molta pazienza. Non sarà facile, ma alla fine Helga riuscirà a scalfire il muro del dolore e diffidenza di Kurt e dalle sue labbra fluirà il racconto di quell’esodo che lo aveva posto di fronte a compiti insostenibili anche per un adulto. Sarà solo un’estate, ma segnerà il riaprirsi di Kurt alla vita affettiva, e quindi alla speranza.























