La Bambola Decapitata è un romanzo giovanile scritto circa una ventina di anni fa. Un omaggio ai lettori che potranno leggerlo a puntate sul Blog.
Buona lettura.
la Bambola Decapitata
Romanzo

di
Helga Schneider
1
Quel giorno Chiara non andò a scuola perché aveva la tosse. Sua madre era scesa per comprare lo sciroppo, la Tata sfaccendava in cucina e lei spiava suo padre dal buco della serratura. Aveva otto anni appena compiuti.
Reprimeva i colpi di tosse, il cuore batteva forte.
Suo padre era nudo, abbronzato e si faceva la barba.
Trovò bella ed eccitante la sua nudezza, la pelle lucente nel limpido riflesso del mattino. Poi lui si girò e lei vide la nera peluria attorno a ciò che allora chiamava pisello. Anche suo cugino Raimondo aveva il pisello e glielo aveva mostrato molte volte, ma quello del papà era una cosa seria. Innanzitutto perché era un pisello da adulto, e poi era vietato toccarlo. Quello del cugino invece sì.
Lei e la sorella Anna lo avevano fatto spesso in vacanza in Sardegna quando erano in costume e Raimondo rideva con loro dietro lo scoglio segreto. Là trovavano sempre oggetti curiosi. Una volta una mutanda con stampata sopra una grande bocca rossa, a Pasqua invece una canottiera nera con su scritto in giallo Sturmtruppen.
Era anche successo che Anna aveva dato una strizzata forte al pisello di Raimondo che era diventato grande il doppio, e si erano messi a ridere a crepapelle. Dopo avevano trovato un gabbiano morto ed erano scoppiati a piangere come tre disgraziati. Si erano solo calmati dopo che la Tata era andata a comprare il gelato per tutti.
Chiara osservava suo padre attraverso il buco della serratura e intuiva con una vertigine innocente la potenziale forza del suo membro – che chiamava ancora pisello. Quando finalmente si infilò lo slip avvertì un senso di delusione. A un tratto seppe di nutrire per suo padre un amore speciale.
Tuttavia amava anche sua madre seppure in modo differente. Ad esempio non le piaceva vederla nuda, era successo una sola volta e per caso, e aveva provato disgusto.
Poiché ora sapeva di amare suo padre in un modo speciale decise di controllarsi. Da quella mattina evitò di essere troppo espansiva con lui, lo abbracciava solo di sfuggita e non si infilava più nel letto dei genitori quando c’erano i tuoni come faceva Anna stringendosi al papà tanto da renderla gelosa. Spesso Chiara rimproverava ad Anna la sua impudenza ma lei non capiva e la guardava come se fosse un marziano.
Ma a lungo andare dover dominare i veri sentimenti che nutriva per suo padre e contenere le affettuosità le procurava dei soventi mal di testa talvolta associati con i crampi di stomaco. Subito tutti si preoccupavano di risalire alle possibili cause: il cambio di stagione, difficoltà digestive, o attribuendole più semplicemente alla crescita. Più in là parlavano degli ormoni che la stavano preparando a diventare donna.
Per il resto Chiara era stata una bambina felice. Insieme ad Anna aveva trascorso un’infanzia serena e un’adolescenza invidiabile. Il loro papà era buono e generoso e guadagnava bene, era un noto chirurgo estetico.
Infine entrambe si erano laureate, Anna un po’ più tardi perché era di due anni più giovane di Chiara.
Ma subito dopo la laurea di Anna erano successe due cose travolgenti: la madre era morta investita da un pirata della strada, e Anna si era sposata con un uomo dell’età di loro padre.
Chiara detestò subito quel cognato che le aveva rubato la sorella, e si rifiutò di frequentarlo. Andava a far visita ad Anna solo quando il marito era in viaggio per via della sua impresa che produceva intimi per uomo: slip e boxer con disegni ridicoli tipo ombrellini, grossi ananas, libellule e aeroplani. Nella collezione c’erano anche calzini fini, pigiama in seta, accappatoi abbinati agli asciugamani e costumi da bagno.
Appena maritata, Anna, la ragazza innamorata della vita e del divertimento che fu, si era subito trasformata in una sposina tranquilla che detestava uscire; addirittura fare shopping la annoiava a morte. E gli aveva dato subito una figlia, a quell’attempato, che voleva fare il padre in un’età in cui gli altri facevano il nonno. Lui era vedovo senza prole.
Avendo ormai perduta Anna, Chiara si era dedicata completamente a suo padre e ciò non le dispiaque. Anzi, finalmente lo aveva tutto per sé. Vivevano nell’attico come una coppia affiatata che si sosteneva a vicenda. Chiara gli lavava la schiena, finalmente aveva accesso alla stanza da bagno dei genitori e le sembrava di aver varcato una soglia proibita; gli lavava la schiena e sentiva sotto le dita la sua pelle ancora liscia e i muscoli sodi, era il suo bellissimo padre e guai a chi glielo avrebbe portato via! Almeno così pensava.
Si facevano compagnia. D’estate prendevano il sole sulla loro barca in Sardegna, lei portava il topless e le sembrava che il padre la guardasse con occhi compiaciuti.
Almeno così si illudeva.
2
Chiara e il padre formavano una coppia bene affiatata. Frequentavano gli stessi amici e lei pensava che quella simbiosi potesse durare per sempre. Poi accadde un imprevisto.
Il cugino Raimondo, che gestiva una galleria d’arte, li invitò a un vernissage e in quel groviglio di personaggi competenti e incompetenti il padre conobbe la signora Alida Leone.
Una bella signora, non si poteva negare, elegante ma insopportabilmente snob. Un elemento curioso li aveva avvicinati.
La signora, essendosi sempre sbrigata all’estero per i sui restauri estetici, non era mai passata sotto il bisturi del padre e loro ci avevano scherzato sopra. Il resto fu catastrofe.
Da qualche tempo di nuovo single, la Leone era alla ricerca di un nuovo compagno e durante il vernissage doveva aver deciso che la persona adatta fosse l’affascinante chirurgo, opportunamente vedovo, quarantottenne e in condizioni economiche agiate. Riusci ad accaparrarselo così in fretta che Chiara rimase allibita.
Il padre da qualche anno non esercitava più. Un incidente d’auto, che gli aveva risparmiato la vita, ma causandogli la lesione di un tendine privando la mano destra della sensibilità chirurgica, lo aveva costretto ad abbandonare la professione rendendogli una precoce libertà. Tuttavia non avevano problemi di denaro; alla sua maggiore età aveva ereditato dal classico zio emigrato in America un inaspettato quanto cospicuo patrimonio. Questo aveva assicurato alla famiglia una solida base economica proiettata nel tempo, accanto ai proventi della sua attività di chirurgo.
Chiara non sopportò che l’invadente Alida Leone circolasse nell’attico, e il fatto che ciò succedeva sempre più spesso quando non c’erano altri ospiti accresceva i suoi timori.
Un giorno, forse solo per sondare la sua reazione, Chiara aveva ventilato al padre l’eventualità di andare a vivere da sola, e con la sua più grande costernazione lui aveva subito caldeggiato l’idea. Offesa e infuriata lo aveva preso in parola affittando un piccolo appartamento nei pressi dell’attico trasferendosi con armi e bagagli. Ormai detestava a morte la Leone che aveva preso il suo posto, e si aggrappava all’unica speranza di poter riconquistare il padre durante le vacanze in Sardegna. Ma l’attendeva una nuova delusione.
All’inizio dell’estate giunse al culmine della disperazione quando il padre le comunicò che la signora sarebbe partita insieme a loro. Da quel momento il suo odio per la rivale fu totale. Aveva in profonda antipatia perfino il suo nome: Alida. Sapeva di muffa, di cinema muto, di cantine invase da ragnatele. Passava in rassegna i suoi difetti trovandone sempre di nuovi.
La Leone aveva trascorso gli ultimi dieci anni (aveva quarantasette anni ma ne dichiarava trentanove), a far restaurare varie parti del suo corpo ottenendo risultati egregi, non sufficienti però per poter reggere il confronto con il suo prescelto che manteneva senza ritocchi la forma smagliante di un tempo.
Chiara non riconosceva più suo padre. Non si sarebbe mai aspettata che avrebbe potuto arrendersi proprio a una come quella che non era riuscita a rinfrescare lo spirito così come invece aveva imposto il bisturi al suo corpo.
Mentre in Sardegna osservava astiosa l’atroce compostezza di Alida sulla loro barca, Chiara cominciava a studiare un piano. Doveva assolutamente architettare qualcosa altrimenti la vacanza sarebbe stata una noia infinita. La Leone era odiosa.
Innanzitutto non voleva gente intorno e i vecchi amici di Porto Cervo dovevano restare alla larga. Sulla barca poi ostentava ridicole misure di protezione.
Ad esempio temeva un ictus cerebrale nel caso si fosse esposta troppo al sole, per cui stava sempre rintanata sotto la tettoia, la testa protetta da enormi cappelli a tesa larga. Poiché non sapeva nuotare non faceva mai il bagno e protestava in modo prepotente quando Chiara accendeva la radio per ascoltare un po’ di musica.
La Leone aveva tentato di trasmettere al padre la sua fobia dell’ictus, ma per fortuna lui in questo non le dava ascolto; anche in virtù dell’ultimo check-up che aveva confermato il suo eccellente stato di salute. Ma c’era dell’altro.
Memore di una proterva quanto irriducibile tendenza all’alcolismo del suo ultimo marito, la Leone aveva fatto sparire tutti i liquori prima dall’attico in città, poi dalla casa in Sardegna privando Chiara e il padre dei loro abituali aperitivi ghiacciati che in passato si godevano al ritorno dal mare.
Ma c’era dell’altro ancora, oh, se c’era!
Anche a Porto Cervo la signora faceva di tutto per trattenere il padre a casa anziché uscire nelle movimentate notti della costa, e questo fece traboccare il vaso. La misura era colma e Chiara decise di entrare in azione. Il dieci di agosto prese un aereo con l’intento di reclutare una complice.
In città trovò Alessia. Giornalista di moda, aveva appena finito l’ultimo servizio e stava partendo per l’Adriatico, ma quando Chiara la invitò in Sardegna non fu necessario insistere. In realtà loro due non erano grandi amiche, ma la giovane faceva al caso suo. Alessia sulla loro barca era ciò che ci voleva: bionda, intelligente, spiritosa, dotata di un corpo perfetto. La Leone non poteva reggere il confronto.
Appena arrivata, le gelosie della Leone si abbatterono su Alessia che insisteva col topless. Anche Chiara portava il topless malgrado le deboli proteste del padre.
Entro poco tempo il piano cominciò a funzionare.
Alessia col corpo snello e abbronzato che nuotava insieme al padre; Alessia che si tuffava dagli scogli, ammirata dal padre; Alessia che si divertiva a praticare lo sci d’acqua col padre e che era riuscita a far tornare nel frigorifero della barca le materie prime per la preparazione di coctail ghiacciati.
E Alessia cosce sode, denti bianchi e sorriso radioso che si baciava sott’acqua con il padrone della barca rendendo Chiara gongolante di soddisfazione. Ah, quale pungente punizione per l’imprudente Leone che aveva osato profanare il suo terreno!
Povera donna, era fuori di sé. Spuntava da tutte le parti armata di cannocchiale e sguardo affilato da guardiana costiera. Sosteneva una lotta impari, Chiara lo sapeva, ma il fine giustifica i mezzi.
Il resto della vacanza fu finalmente spassoso perché la Leone, distrutta dagli sforzi di combattere contro Alessia, un bel giorno sparì in silenzio. Aveva preso un aereo ed era tornata in città.
Il padre non si era scomposto.
Cominciò così l’era Alessia.
L’era Alessia fu più sopportabile di quella della Leone. Tornati nell’attico a Bologna ricomparvero i liquori, ricominciarono le serate con gli amici e i week-end improvvisati dei quali Chiara faceva sempre parte. La Tata di sempre era sconvolta dai repentini cambiamenti che si susseguivano in casa, ma volente o nolente si rassegnò all’inevitabile. Come a voler dire: non capisco ma mi adeguo.
Alessia piaceva molto al padre e lei si era innamorata di lui. Chiara dal suo canto faceva buon viso a cattiva sorte sperando che il padre si stancasse presto di lei. Ma proprio quando Alessia cominciò a sperare in un fidanzamento ufficiale, l’ira di Dio si abbatté su di lei.
Un giorno con la forza dell’uragano piombò al tennis club una bruna mozzafiato, calamita spaventosa. Era in compagnia del suo ultimo boy friend, un industriale economicamente superdotato, al quale era legata da affettuosa amicizia.
Quando il padre la vide apparire come una fata morgana sul bordo del campo, il suo sguardo si fece vitreo. Chiara si mise all’erta e non si sbagliò. Per Alessia fu tragedia, radicale e quasi istantanea.
La bruna si chiamava Susa Pavlova ed era bulgara. Cominciò così l’era Susa che si rivelò subito invivibile.
Alta, scultorea, davvero irresistibilmente bella, in meno di una settimana la bulgara si insediò nell’attico con la profonda disperazione di Chiara.
3
Chiara faceva ogni sforzo per sopportare la rivale al fianco di suo padre, ma aveva continue crisi di rigetto. Spiava i sintomi che avrebbero potuto indicare il suo diminuito interesse per Susa, invece lui sembrava sempre più preso da lei. E’ solo sesso, si convinse alla fine, non può esserci altro fra quei due che sesso. Prima o poi lui si stancherà di lei e le darà il benservito.
Aspettava il cugino Raimondo, ma lui tardava. Dovevano andare al ristorante “Le tavole d’Amalfi”dove il generoso padre offriva una cena a una cinquantina di invitati in onore del compleanno della bulgara. Fior di very important people della città, atmosfera da gala. E tutto per quella stangona di Sofia, cavalletta spocchiosa dall’aria di creola, creola senza aureola. Compie venticinque anni, la Carmen dei miei stivali, pensò Chiara, rabbiosa, due meno di me!
In un primo momento aveva deciso di snobbare l’invito, voleva provocare il padre, ma lui non aveva battuto ciglio. Dovette inventare un complicato pretesto per giustificare di aver cambiato idea. E quella sera ci sarebbe andata, alla cena, eccome se ci sarebbe andata!
Attendeva Raimondo ed era nervosa. Di nuovo si controllò nello specchio, stava bene. Era elegante nella giacca nera in seta lavata, top e gonna lunghetta con spacco, tacco alto.
Si era servita alla boutique di Rosé le Mercier, un’ex indossatrice e membro della facoltosa collezione vip locale. Nuovi acquisti resi possibili con l’aiuto del comprensivo padre che, malgrado Susa lo dissanguasse, continuava ad arrotondare le sue finanze; lo stipendio che percepiva al giornale era ignobilmente basso.
Da bambina sognava di fare la giornalista. Primo perché era la professione di zia Federica, sorella della defunta madre, e poi perché le piacevano i documentari sull’Africa che vedeva alla tivù:
negri che indossavano il tanga e ballavano con la faccia dipinta mentre adoravano le loro divinità che non erano parenti del Dio del mondo civilizzato. Il Dio del mondo moderno mandava i suoi vice in giro con le macchine blindate e gli aerei privati, diceva la zia. Era una che non aveva peli sulla lingua.
Farò l’inviata nel continente nero, all’epoca Chiara annunciava a tutti, e da grande intraprese gli studi adeguati.
Dopo la laurea trascorse sei mesi a Londra e altri sei a Monaco in Germania per impratrichirsi delle lingue, tornata a casa si diede da fare per entrare nell’ambiente giornalistico. Fu il suo amato daddy che per virtù delle sue aderenze riuscì a farla assumere nella redazione regionale di una buona testata.
Era sempre più tesa. Fumava una light dopo l’altra e faceva zapping. A quell’ora si scatenava il bla bla della campagna elettorale intervallata dalla pubblicità: omogeneizzati per il pupo, bocconcini per il micio e assorbenti a scelta: ultrasottili, normali, maggiorati. In prepotente concorrenza con la paradisiaca irrealtà del Mulino Bianco che decantava biscotti, grissini e quant’altro facesse parte del mondo del pane.
Chiara odiava la pubblicità del Mulino bianco, ma si divertiva a guardarla.
Da una finestra si affacciava una sposina bionda che allungava al maritino un plum-cake del Mulino medesimo per fargli venire l’ispirazione; lui scriveva romanzi consolatori destinati a un pubblico che non leggeva e che in ogni caso non voleva essere consolato.
La campagna che circondava i due colombi era così tersa che sembrava fosse stata lavata con quel nuovo detersivo che trasformava un pullover vecchio di vent’anni in una nuvola di soffice fluff.
Chiara pensò alla sorella Anna che abitava in una zona della città dove, se mettevi un kleenex sul davanzale, dopo nemmeno mezz’ora lo trovavi nero come lo speck affumicato. Il quartiere soffriva della sindrome da camera a gas e la centralina di rilevamento era perennemente in allarme rosso. Tutti al comune dicevano che si doveva fare qualcosa, ma restavano solo vane parole.
Povera Carolina, rifletté Chiara. Carolina era la figlioletta di Anna.
Povera bambina, si ammalerà precocemente di asma bronchiale diventando vittima di broncodilatatori e massicce dosi di cortisone.
Non sembrava, ma Anna abitava in un quartiere chic. Appartamento di lusso: cinque stanze più servizi più colf più figlioletta più marito, l’abominevole Yeti che produceva mutande canotte pigiama e bermuda con stampati sopra grandi aeroplanini colorati e piccole palme storte.
Raimondo tardava.
Chiara sfogliò distrattamente una rivista e la chiuse. Aprì un libro e lo chiuse. Pensava a quella ignorante della Susa che non aveva letto un solo libro in tutta la sua vita, in compenso divorava Novella 2000. Era spaventosamente incolta, la giraffa di Sofia, smodata consumatrice di vacanze costose a spese del rammollito padre che stravedeva per lei!
Chiara pregustò la sua entrata al locale. Mi presenterò con un gran aplomb, decise, la Susa scoppierà dalla rabbia.
Come detestava la tronfia rivale che ostentava neri ciuffi di pelo sotto le ascelle e girava per l’attico mezzo nuda tanto che la Tata per poco non voleva licenziarsi.
Finalmente Raimondo suonò al citofono. Chiara rispose con un grugnito e scese.
Davanti al portone c’erano due ragazzi che litigavano.
Lui: “Ora mi spiegherai perché non mi hai cagato per tutta la sera!”
Lei: “Cioè non ho capito! Cioè se vedo uno che caga solo le altre e non mi caga nemmeno quando quell’idiota di Giannuzzi mi ficca la lingua in bocca cioè non esiste che io caghi uno che mi caga solo quando scopiamo nella sua Golf cioè io uno così non lo cago pari hai capito grandissimo stronzo?”
“Sei in ritardo di quaranta minuti”, disse Chiara, risentita. “Non cambi proprio mai.”
“Non volevi per caso arrivare in anticipo?”, chiese lui.
“Non girare la frittata”, lo rimbeccò lei. “Ipocrita. Cos’hai in mano?”
Raimondo fece spallucce.
“Non avrai comprato un regalo per quella piovra?!”
Il cugino la guardò con aria dispettosa: “Non posso mica mostrarmi là senza regalo solo per fare un piacere a te!”
“Vaffanculo!”, sbottò lei.
“Sei gelosa di tuo padre!”
“Vaffanculo!”
Lui la contemplò come quando non resta che compatire qualcuno.
ATTENZIONE:
è possibile leggere la continuazione del romanzo “la Bambola Decapitata” ( suddiviso per capitoli) al seguente indirizzo:
Labamboladecapitata.wordpress.com















