Il richiamo di Salamander

Prove di copertina…

IL RICHIAMO DI SALAMANDER
Romanzo per ragazzi
Work in progress…

1 Capitolo

La madre si chiamava Edeltraud e lavorava nella ditta del signor Eugen Kreutzberg che produceva cera per pavimenti, lacci e lucido per scarpe, spazzole e cavastivali. Tra gli articoli figuravano anche calzascarpe in corno con impugnatura in argento a testa di cavallo.

Il signor Kreutzberg era un uomo senza scrupoli che chiedeva ai dipendenti tante ore straordinarie senza retribuirle. Si potrebbe arguire che almeno dimostrasse loro riconoscenza, al contrario li tartassava con critiche e lamenti.

Frau Edeltraud tornava spesso a casa piangendo perché il padrone l’aveva di nuovo accusata di scarsa dedizione ai doveri aziendali malgrado si fosse trattenuta in ufficio un’ora più del dovuto. In quei casi la figlia Rosel esclamava: “Un giorno io quel brutto corvo lo faccio annegare nel fiume Spree!” Allora la madre non poteva trattenere un sorriso e si rasserenava un poco, anche se in seguito ribadiva che senza lo stipendio del signor Kreutzberg sarebbero state ridotte alla fame.

Rosel non aveva più il papà che era morto perché beveva troppo, ma lei avrebbe compreso il termine alcolista solo più tardi. Quindi Frau Edeltraud doveva faticare per due, anche se non esisteva lavoro più avvilente di quello dal signor Kreutzberg che non aveva mai un sorriso né una parola buona per nessuno.

Per Rosel le persone cattive erano brutti corvi. Forse perché una volta era stata beccata da un corvo sul collo e la ferita si era infettata ed era servito molto tempo perché guarisse.

Prima del fatto, il corvo e la ragazzina erano stati amici. Lei gli metteva i fiocchi d’avena, le briciole di pane e altri avanzi sul davanzale e lui apprezzava le sue premure.

In principio la madre non voleva che Rosel alimentasse il corvo. Diceva che in campagna dove era nata sostenevano che fosse un messaggero di calamità familiari. La figlia, che aveva letto tre libri di Karl May, le aveva invece spiegato che gli indiani d’America consideravano il corvo uno spirito guida prezioso capace di indicare la giusta via agli smarriti e agli indecisi infondendo nelle loro anime coraggio e nuove energie, e così aveva ottenuto il permesso di nutrire il volatile.

Quando Rosel aveva visto la prima volta il corvo sul davanzale, si era accorta della sua ala ferita. A scuola aveva imparato che gli animali malati vengono espulsi dal branco, e il povero volatile le aveva fatto pena. Aveva deciso di salvarlo.

Per diverso tempo il corvo non si allontanò di molto dal loro edificio. Rosel seguiva trepidante i suoi voli incerti che somigliavano a quelli di un essere azzoppato. A volte atterrava su un davanzale vicino o becchettava qualcosa di misterioso sulla vicina grondaia. Oppure si posava sulla ringhiera di ferro di un balcone del palazzo di fronte. Quella sembrava la sua palestra perché si esercitava con strani movimenti. Sollevava ripetutamente l’ala lesa raccogliendola lentamente vicino al corpo come in un arcano esercizio di riadattamento.

Rosel gli aveva dato il nome Salamander, quello di una nota crema per calzature del mercato concorrenziale del signor Kreutzberg. Quando la ragazza lo chiamava, lui inclinava il capo e la fissava con uno sguardo cupo e velato, era ancora sofferente. Lei era convinta che gli fosse necessaria. Necessaria per recuperare le forze e la salute.

Lentamente il corvo guariva. Il piumaggio, la cui nerezza prima era stata come appannata, a poco a poco diventò di una lucentezza quasi blu e lo sguardo si acutizzò.

Dopo che Salamander l’aveva beccata sul collo, e in un primo momento era sembrata una vicenda seria perché le era venuta la febbre a trentanove, Rosel, delusa da tanta ingratitudine, aveva smesso di nutrirlo. Da un lato capiva che un animale non ragiona come un essere umano, e che forse Salamander non si era reso conto della cattiva azione commessa nei confronti della sua amica, ma non era riuscita a perdonare.

Per un po’ il corvo aveva continuato a mostrarsi sul davanzale, chiamava la ragazza con i suoi versi rauchi e sempre più insistenti come se pretendesse il suo perdono, ma Rosel era rimasta inconciliabile. Alla fine Salamander era sparito.

2 capitolo

Era un agosto molto caldo e Rosel era insofferente. Appena ritornata da un campo estivo dove non era mancata la compagnia e il divertimento, ora si annoiava nella città polverosa e arroventata.

Quando non era occupata con la JM, l’Unione delle piccole ragazze tedesche, mentre la madre si trovava al lavoro, era affidata alla custodia della vicina di casa, Frau Krausebaum, una rispettabile zitella che conviveva con il vecchio padre. Naturalmente la donna non assolveva gratuitamente tale incombenza, anche perché la ragazzina era indomita e imporsi su di lei costava alla poveretta non poche arrabbiature e a volte perfino violenti attacchi di emicrania. Ma il denaro serviva per arrotondare la pensione che lo stato elargiva al padre, invalido della prima guerra mondiale, una misera retta della quale dovevano campare entrambi.

Rosel non vedeva l’ora che ricominciasse la scuola, non tanto per lo studio ma perché, a causa della sua insolita bellezza, riusciva a essere sempre al centro dell’attenzione e questo le piaceva. Tutti i ragazzini dei dintorni la ammiravano e le compagne di scuola erano gelose di lei. Ciò l’aveva resa oltremodo vanitosa.

Poi successe un imprevisto. Una notte Frau Krausebaum si svegliò con un terribile mal di pancia e l’anziano padre, spaventato, chiamò l’assistenza medica. Il dottore diagnosticò un’appendicite acuta e fece ricoverare la paziente. Avrebbe subita l’asportazione dell’appendice. Rimasta senza custodia, Rosel ne fu contenta.

“Non sta bene godere della disgrazia altrui”, la madre la ammonì. “Un’operazione é sempre una cosa dolorosa e non c’è di che essere allegri.”

La ragazza era seccata per il severo richiamo.

“E’ perché quella…”, esordì, ma Frau Edeltraud la interruppe: “Quella chi?”

“Frau Krausebaum! Lei aveva sempre qualcosa da criticare. Non le piaceva la mia divisa della JM, pretendeva che subito dopo il pranzo facessi i compiti…”

“Giustamente! I compiti si sbrigano nel primo pomeriggio e non di sera.”

La ragazza scrollò, tediata, le spalle.

“E poi io posso badare benissimo a me stessa!”, dichiarò. “Ho già dodici anni, io!”

“Non se ne parli”, fu la pronta risposta.

“Perché?”

“Ti conosco, ragazzina! Sei disobbidiente, indisciplinata, contesti tutto e tutti…”

“Mamma!”, la figlia esclamò, offesa.

“E’ la verità, Rosel. Chissà se in questo palazzo c’è qualcuno che possa darti un’occhiata in mia assenza.”

Purtroppo, per un motivo o l’altro, Frau Edeltraud non trovò nessun’inquilina disponibile. Chi a sua volta andava a lavorare, chi era già impegnata con dei nipotini, altre erano troppo anziane o di salute cagionevole oppure avevano vicende proprie a cui doversi dedicare. Allora Frau Edeltraud commise l’errore più grande della sua vita: domandò al signor Kreutzberg se fosse a conoscenza di una brava donna che, ovviamente dietro compenso, fosse disposta a dare un’occhiata a Rosel quando era al lavoro.

L’uomo si rivelò insolitamente aperto al problema della sua impiegata e propose di portare la figlia in ufficio. Le avrebbe assegnato un leggero compito e forse la ragazza si sarebbe perfino divertita.

In un primo momento la donna fu perplessa. Conosceva il carattere difficile di Rosel che, scontrandosi con quello del signor Kreutzberg, avrebbe potuto far divampare scintille, ma il padrone insisteva e allora accettò. Portando a casa l’insolita novella, Rosel si dimostrò entusiasta.

La bocca del signor Kreutzberg si stirò in un inedito sorriso, tirò dentro la pancia, drizzò le spalle, allungò a Rosel la mano e pronunciò con enfasi: “I miei ossequi, mein Fräulein!” In seguito le assegnò una semplice mansione di copiatura.

Gli astanti furono allibiti. Era la prima volta che avevano visto sorridere il padrone!

Quando più tardi Herr Kreutzberg passò per verificare come la ragazza se la cavasse, rimase oltremodo soddisfatto.

“Perbacco, gran bel lavoro!”, esclamò, lisciandosi freneticamente il pizzetto.

Rosel scattò in piedi e replicò, raggiante: “Oh, mi piace lavorare, signor Kreutzberg!”

L’uomo la guardò incantato, in vita sua non aveva visto creatura più bella. Aveva occhi grandi, di un azzurro purissimo dall’espressione viva ed intelligente che spiccavano come due gemme sul volto leggermente abbronzato dal campo estivo. La fronte era alta, delicatamente arcuata, la bocca ancora acerba ma con quell’impercettibile piega che denotava un carattere che sarebbe sbocciato forte e orgoglioso e il corpo, benché fosse ancora fanciullesco, era già solido, armonioso e ben proporzionato.

Frau Edeltraud aveva assistito alla scena con sentimenti misti, in realtà non aveva affatto gradita la smaccata piaggeria del padrone. Ma già questi si lanciò in nuovi complimenti.

“Non immaginavo che avesse una figlia così bella!”, proclamò, rivolto a Frau Edeltraud, sprecandosi in un nuovo sorriso. “Lo sa che questa fanciulla farebbe la delizia del nostro Führer? E’ così che vorrebbe la sua gioventù, esattamente così!”

La madre finse di gradire gli elogi, in realtà giudicava l’atteggiamento del padrone ridicolo e diseducativo. Che cosa voleva da Rosel quell’anziano caprone dalla testa mezza pelata e la pancia da birra debordante simile al marsupio di un canguro? Non vedeva l’ora che arrivasse la pausa pranzo per portare la ragazza a mangiare un boccone in un Imbiss e farle una severa ramanzina.

Terminata la colazione, Frau Edeltraud esordì in tono fermo: “Non dovevi accettare con tanta civetteria i complimenti del signor Kreutzberg! L’ho trovato molto sconveniente, Rosel!”

La ragazza cadde dalle nuvole. Si era sentita lusingata dagli incensamenti del padrone e non ci vedeva nulla di male.

“Promettimi di comportarti d’ora in poi con maggiore contegno?”, insistette la madre.

La giovane tacque sentendosi ingiustamente biasimata.

“Me lo prometti?”

“Non capisco che cosa abbia fatto di così grave”, mugolò la figlia e sbirciò verso il buffett dei dolci. “Posso avere un Nusskipferl?”

“No.”

Allora la fanciulla puntò il gomito sul marmo del tavolino, poggiò la guancia sul palmo della mano e si lagnò: “Ho lavorato e non mi sono nemmeno guadagnata un dolce!”

“Stai composta, Rosel!”

Un’espressione di acuta insofferenza passò sul viso della ragazza quando rispose con una nota di cattiveria, oltre tutto con palese incoerenza: “Come vorrei che papà fosse ancora vivo. Quando uscivo con lui non mi negava mai un Nusskipferl!”

La madre rispose, asciutta: “Sì, ma ti concedeva anche la birra!”

“Vorrei che fosse ancora vivo”, Rosel ribadì, dispettosa.

Frau Edeltraud abbassò la voce: “Ti sei già dimenticata cosa ti faceva quando tornava a casa e aveva bevuto troppo?”

“Qualche schiaffo…”, fu l’indolente risposta. “Ma almeno avevo un padre.”

La donna si arrese, ma non capiva l’atteggiamento della figlia. Una volta il marito, così ubriaco che in seguito lei dovette farlo ricoverare in una clinica per alcolisti, si era chiuso con la bambina in camera e l’aveva picchiata con tale violenza che le aveva rotto due costole e un dente molare.

Di nuovo in ufficio il signor Kreutzberg tornò alla carica. Ripeté che il Führer prediligeva fanciulle tedesche proprio come Rosel e accennò che due anni addietro, per via di un parente e personaggio in vista della Polizia segreta, era stato ospite nella residenza alpina di Adolf Hitler. Rosel fu elettrizzata e gettò alle ortiche le raccomandazioni della madre.

“Lei ha visto quella casa?”, esclamò, e le sue guance si colorarono di rosso.

Il signor Kreutzberg annuì con aria d’importanza lisciandosi il pizzetto.

“E ha mangiato alla stessa tavola del Führer?”, Rosel volle sapere.

“Be’… diciamo a una tavola secondaria, ma nelle immediate vicinanze della sua”, l’altro rispose e tirò dentro la pancia. “Lo

sai che su ogni piatto c’era il monogramma del Führer? Le posate erano di argento massiccio e la sala da pranzo era una meraviglia con eleganti tendaggi alle finestre, soffici tappeti sul pavimento e preziosi quadri alle pareti.”

Frau Edeltraud lanciò alla figlia un’occhiata ammonitrice, ma Rosel era tutta presa dal racconto e giunse a dichiarare che avrebbe dato chissà che cosa per poter essere ospitata anche una sola volta in quella dimora che le si configurava nella fantasia come il posto più chimerico e desiderabile del mondo.

Tornate a casa, Rosel mise il broncio. Alla domanda su cosa avesse cominciò a lamentarsi del loro appartamento piccolo e modesto, della stanza da bagno “da poveri”, rammaricandosi poi del fatto che non avevano nemmeno un quadro da appendere nel soggiorno e tappeti da mettere sui pavimenti.

Poiché il signor Kreutzberg aveva raccontato che alla sera nella casa del Führer suonavano i dischi al fonografo, Rosel considerò che anche loro avrebbero dovuto avere un fonografo. Quando le fu risposto che avevano altri pensieri che non quelli di acquistare un fonografo, la ragazza batté il piede in terra e dichiarò di essere stufa della loro miseria. Frau Edeltraud si inquietò dicendo che non vivevano affatto in miseria: abitavano in un appartamento decoroso, avevano di che vestirsi e sfamarsi, e che oltre questo ogni tanto potevano anche permettersi di andare al cinematografo o ordinare una bibita e una fetta di torta di fragole nel famoso Café Kranzler sulla Kurfürstendamm, ma la ragazza non trovava alcuna consolazione nelle sagge parole della mamma.

Frau Edeltraud maledisse Kreutzberg per aver montato la testa alla figlia e decise che non l’avrebbe più condotta con sé al lavoro. La mattina seguente scese dalla portinaia, l’unica alla quale non si era ancora rivolta con la fatidica domanda, chiedendo se in sua assenza avrebbe potuto dare un’occhiata a Rosel, naturalmente dietro compenso. In un primo momento, come temuto, la donna rifiutò, piantò i pugni sui fianchi ed elencò tutte le incombenze che le dava il condominio, ma quando l’altra aumentò la tariffa oraria acconsentì.

Rosel non voleva saperne. Dichiarò che la portinaia era una donna antipatica che la sgridava ogni volta che lasciava la bicicletta nell’androne anziché portarla in casa, ma la madre rimase irremovibile.

Quando il signor Kreutzberg si accorse che Frau Edeltraud era arrivata senza Rosel, si irritò. La donna tentò di addurre una valida giustificazione, ma l’altro non le prestò ascolto. La rispedì a casa per condurre la figlia in ufficio.

Arrivò giusto per assistere a una sfuriata di Rosel. Lei e la portinaia si trovavano nel cortile interno e la ragazza sbraitava con voce stridula: “Non può darmi degli ordini, lei non é nulla, nemmeno nostra parente!”

La portinaia disse all’indirizzo della madre: “Le avevo solo chiesto di non tirare la coda al mio cagnolino.” La bestiola, una palla riccioluta di cui non si capiva la razza, si mise ad abbaiare come se avesse compreso le parole della padrona.

“Io non ho tirato la coda al cane!”, Rosel protestò.

“Sì che l’hai tirata!”, gridò la portinaia.” E sei anche bugiarda!”

“Bugiarda sarà lei!”, fu l’insolente replica.

L’altra prese in braccio il cane, disse a Frau Edeltraud: “Sua figlia é arrogante e maleducata, se la badi lei quella selvaggia!”, e tutta impettita rientrò in casa.

La madre, mortificata, diede uno strattone al braccio di Rosel: “Peggiori ogni giorno, signorina! E ora svelta in casa a lavarti le mani e cambiarti il vestito!”

“Dove andiamo?”, chiese la ragazza, incuriosita.

“Niente domande e ubbidisci una buona volta!”

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IMPARARE DALLA STORIA
Lo scempio dell’infanzia durante il nazismo – se questi erano bambini…
Un bambino ebreo emaciato nel ghetto di Varsavia, Polonia
(circa 1940)

Numero 156 – un bambino polacco dopo il test eseguito dalle SS per rilevare eventuali caratteristiche ariane. In caso affermativo i piccoli venivano forzatamente germanizzati

CORRIERE DELLA SERA

Nella fabbrica dei bambini di razza pura
di Frediano Sessi
Nella Germania nazista, fin dall’ inizio, l’ operato degli Istituti per la riproduzione della razza ariana (i Lebensborn) venne protetto da una coltre di riserbo che, dopo la guerra, diede corpo a una sorta di mito sessuale, fatto proprio non solo dagli storici. Al processo di Norimberga del 1948, il Lebensborn, in quanto istituzione, venne assolto e i suoi principali responsabili furono condannati a pene lievi e solo per l’ appartenenza all’ organizzazione criminale SS; ma, ancora nel 2000, persino gli istituti di ricerca del «Simon Wiesenthal Center» continuavano a sostenere che il Lebensborn «realizzava un programma finalizzato a creare la razza ariana perfetta». In pratica, donne in possesso di qualità fisiche «razzialmente pregiate», secondo l’ espressione di Heinrich Himmler (occhi azzurri e capelli biondi, fisico robusto, altezza al di sopra del metro e sessantacinque ecc.) spinte ad accoppiarsi con alti e prestanti ufficiali delle truppe di élite di Hitler, allo scopo di dare al Führer la razza perfetta.
Il coraggioso romanzo-saggio di Gisela Heidenreich, nata in un Lebensborn nel 1943, vicino a Oslo, durante il periodo dell’ occupazione tedesca, ci racconta invece la terribile verità dei tanti Istituti per la riproduzione, fondati a partire dal 12 dicembre 1935. Non solo centri per la creazione di una élite razziale che favorivano la nascita di bambini di «razza pregiata», ma snodo operativo delle disposizioni dell’ «Ufficio centrale per la razza» con la diretta partecipazione ad attività criminose, quali i rapimenti dei bambini di altre popolazioni «vicine» al sangue germanico. In particolare, i bambini, polacchi e delle regioni orientali, tra i due e i sei anni, considerati idonei alla tedeschizzazione venivano rapiti alla famiglia di origine, affidati al Lebensborn che, in seguito, provvedeva a collocarli presso famiglie di ufficiali SS. Una volta compiuta l’ opera di tedeschizzazione, la documentazione dei centri di adozione veniva distrutta. Ne emerge così un terribile e inedito quadro di sofferenza umana che forse ha coinvolto 200.000 bambini, derubati della propria identità e della propria famiglia.
 
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Un bambino al quale viene misurata la testa per determinare le sue caratteristiche razziali

Aloidia Witaszek e la sorella Darya prima di essere sottratte forzatamente dalle SS ai genitori nella casa paterna a Poznan