Intervista a mia madre, Helga Schneider

5 07 2008

da: www.HelgaSchneider.wordpress.com

 

Il seguente testo é l’intervista originale che io feci a mia madre nel 2005.

Renzo Samaritani Schneider

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Ciao. Cominciamo dalla foto?

Quale foto?

La foto della casa che mi hai inviato via mail.

Cos’ha quella foto e quella casa?

Non so, una certa atmosfera. Ma forse perché l’avevi descritta nel tuo libro “L’usignolo dei Linke”

Si, é la casa dei miei nonni paterni in Austria sul lago Atter. I nonni materni non li ho mai conosciuti.

Dimmi della casa

Dopo la guerra e il dopoguerra abbiamo lasciato Berlino e la Germania e siamo rimpatriati in Austria perché mio padre era austriaco. Prima siamo stati a lungo in un campo profughi a Lubecca, alla fine siamo arrivati a Salisburgo con un convoglio merci viaggiando in una carrozza che di solito trasportava bestiame. Da Salisburgo abbiamo preso un treno regionale e poi un trenino panoramico che ci ha finalmente lasciati in un paesino che si chiama Attersee, dove ci attendevano i nonni paterni. Ricordo ancora la sera in cui siamo arrivati. Il nonno ci aspettava alla piccola stazione con la bicicletta sulla quale caricava la nostra unica valigia. Era già buio, forse le nove di sera. Abbiamo camminato lungo la strada che costeggia il lago e ad un certo punto c’era una curva e dietro la curva il nonno ha detto: “Guardate là, quella é la nostra casa.” Non scorderò mai quel momento. C’era la luna piena e la facciata dell’edificio spiccava dalla campagna come se fosse fosforescente. Eravamo emozionati.

E poi?

Là ci aspettava la nonna. L’avevamo vista l’ultima volta a Berlino sei anni addietro. Era una nonna fantastica e io piangevo dalla gioia di rivederla. Eravamo affamati e lei aveva preparato una cena come non l’avevamo mai gustata prima. Sai, durante la guerra non c’era quasi niente da mangiare e nel dopoguerra nemmeno. Anche al campo profughi abbiamo sofferto la fame nera.

Cosa vi aveva preparato la nonna?

Coniglio arrosto, purea di patate, un’insalata di cetrioli. Il nonno teneva i conigli nelle gabbie in cortile. C’era anche il latte del contadino accanto. Non avevamo mai prima bevuto del latte. Conoscevamo solo il latte in polvere. Eravamo ingordi di cibo. Eravamo bambini affamati quasi fin dalla nascita.

E poi cosa avete fatto?

La casa in origine era un rifugio per boy scout, poi era rimasta priva di un qualsiasi uso e i nonni erano stati incaricati a fare i custodi. Sopra c’erano ancora le camerate e mio fratello e io abbiamo dormito sui pagliericci, ma era divertente. Dormivamo come sassi. La prima mattina dopo il nostro arrivo mi sono svegliata presto e sono corsa al balcone e ho visto il lago! Sono scesa le scale e c’era profumo di caffèlatte e di un dolce che aveva preparato la nonna. La nonna mi ha stretta nelle sue braccia e ha detto: finalmente siamo di nuovo insieme. Poi é entrato il nonno e ha voluto mostrarci l’altalena che aveva preparato per noi molto prima del nostro arrivo, ancorando le corde a un grosso ramo di una vecchia quercia.

E poi?

E’ sceso anche mio padre e la nostra matrigna, mia madre ci aveva abbandonati quando avevo 4 anni. La matrigna non mi voleva bene, ma ormai avevo i nonni e pensavo che non dovessi soffrirne mai più. Siamo andati ad ammirare l’altalena e mio fratello ha fatto subito delle storie, é salito sopra in piedi ed é caduto. Non si é fatto niente, ma la scenata di pianto non finiva più. Dopo la prima colazione sono andata giù al lago, sai, confinava proprio con la casa, e ho fatto il bagno. Non era proprio stagione da fare il bagno, ma l’acqua mi tentava troppo. Era tiepida e si vedeva il fondo sabbioso. Poi é arrivato mio fratello che mi ha preso in giro per le mie mutande bianche. Mentre stavo ancora litigando con lui é arrivato mio padre con la matrigna. Lei mi ha subito sgridata dicendo che ero la solita indisciplinata. Avrei dovuto chiederle il permesso di scendere a riva. Mio padre non ha aggiunto una sola parola, lui era sempre dalla parte della moglie.

(Il nostro pontile originale)

Pare che con la tua matrigna non sei mai andata d’accordo…

Mai, fin dal primo momento in cui mio padre l’ha sposata a Berlino. Dopo che mia madre se ne era andata, si occupava di me e mio fratello la nonna paterna che ci amava e che noi adoravamo. Con l’avvento della matrigna abbiamo perso la nonna che se ne era ritornata in Polonia. Mio padre e la seconda moglie si sono sposati nel 1942 in piena guerra. Per l’occasione zia Margarete, la sorella di papà, aveva dato una festicciola nel giardino della sua villa. Lei aveva sposato un uomo ricco. Ricordo la presenza di molti ospiti. C’era un buffet con delle tartine invitanti e mio fratello e io ci siamo riempiti la pancia. Alla fine mio fratello é quasi caduto nella piscina vuota, qualcuno lo ha pescato al volo. Il giorno dopo mio padre é ripartito per il fronte e noi dovevamo stare con la matrigna. Fra me e quell’estranea c’è stata subito una grande ostilità e lei ha fatto presto a scaricarmi in un istituto di rieducazione per bambini difficili. Era una specie di Lager dove ci picchiavano per un nonnulla e dove ci facevano quasi morire di fame. Lì per poco non sono morta.

Cosa ti ha lasciato dentro questa donna, questa matrigna?

Lei nei miei confronti é sempre stata una persona gelida. Anche mio padre, che amavo molto, é sempre stato gelido con me. Entrambi mi hanno lasciato una specie di ipersensibilizzazione alle persone dal carattere o dall’atteggiamento gelido. Mi mettono a disagio.

Tu hai amici con questa caratteristica?

Ho un’amica che é la persona più positiva che tu possa immaginare, ma che mi trasmette un senso di gelo. Anche uno dei miei più cari amici dotato di grandi virtù, a volte mi trasmette un senso di freddezza. E invece sto bene e sono rilassata con persone calorose. Mia nonna paterna era una donna calorosissima. Ti si scioglieva il cuore solo a guardarla.

Come era Attersee?

Idilliaca!

(La casetta segnata dalla freccia era la scuola di Helga ad Attersee)

Attersee com’é oggi. L’ex scuola di Helga (dietro il campanile della chiesa) é stata restaurata.

Quanto tempo siete stati al lago con i nonni?

Circa tre anni, e sono stati i più felici di tutta la mia vita. Dopo Berlino, la guerra, le bombe e la terribile fame, e nel dopoguerra ancora la fame e i due mesi nel campo profughi a Lubecca dove si doveva tirare ancora la cinghia, per noi la vita sul lago nella casa dei nonni era come se fossimo arrivati nel paradiso.

Poi sarete andati a scuola?

Si. La scuola si trovava al paese su una lieve altura. Durante la guerra avevo perso più di un anno e ad Attersee mi sono trovata in una classe con bambini più piccoli di me. Ricordo ancora l’edificio della scuola, nel 1998 sono tornata là e ho fotografato la porta. Era sempre la stessa, pesante porta, anche se l’hanno verniciata di un marrone luccicante. Sono riuscita ad andare dentro. Nasturalmente non c’era più il gabinetto che ricordavo. A suo tempo era uno di quelli che si usavano in campagna,con il piano di legno e il buco nel mezzo. Insomma, dal quale tutto cascava giù nella fossa del liquame. Dalla finestra del gabinetto si vedeva la chiese che si trovava proprio di fronte…

Mi sembra che siate arrivati ad Attersee in autunno. Cosa ricordi?

Ah, il giardino dei nonni con i peri selvatici dei quali il nonno faceva il mosto. C’era un fitto tappeto di foglie marce e ricordo ancora quello strano odore. Il lago che era bellissimo, calmo e un po’ malinconico. Ma era bello sempre, specialmente quando era in tempesta. A me e a mio fratello il lago agitato piaceva moltissimo e ci mettevamo nel capannotto in fondo al pontile, era una specie di piccolo Blockhaus, e osservavamo le onde che andavano su e giù come cavalli imbizzarriti, e le barche a vela attaccate alle boe che ondeggiavano come se fossero ubriache. Anche d’inverno il lago ci dava tante emozioni.

Gli anni sul lago non ti hanno avvicinato un po’ a tuo padre?

Mio padre per tutta la vita é rimasto per me un estraneo. Io gli volevo molto bene, era una bella persona anche esteticamente. Disegnava da dio ed era un pittore di grande talento. Purtroppo aveva un carattere chiuso, rigido, sembrava sempre lontano con i pensieri. Non mi ha dato mai un bacio, una carezza. Mi ha toccata una sola volta, successe a Berlino in un’occasione speciale. Dopo non é mai più accaduto.

Cosa ricordi delle estati sul lago?

Ricordo molto sole, eravamo abbronzatissimi. Durante la prima estate io volevo subito imparare a nuotare. Il nonno mi allettava con le gomme da masticare. Era una novità che veniva dall’America, le vendevano nell’unica bottega di alimentari che esisteva al paese. Erano grosse gomme rosa dal sapore di fragola. Per ogni dieci metri che osavo nuotare dove non toccavo il nonno mi regalava quattro gomme. Ogni volta chguadagnavo quattro gomme mio fratello pretendeva la metà senza essersele guadagnate. Quando avevo imparato a nuotare dove non toccavo, con una ragazza che viveva nei pressi e con la quale avevo fatto amicizia facevamo gare di nuoto e ci esercitavamo nei tuffi. Avevamo anche una piccola barca a remi ma dovevo remare sempre io perché mio fratello batteva sempre la fiacca. Quando gli faceva comodo era sempre il fratello piccolo. Ma era molto carino, proprio un bel ragazzetto.

(Peter 1944 circa - Meseritz)

E quando non eravate sul lago, come vi divertivate?

Il nonno ci aveva costruito una capanna sulla vecchia quercia, vi si accedeva da una scala di legno. Aveva il tetto impermeabilizzato. Stavamo là dentro e parlavamo, spesso venivano anche i bambini dei dintorni e capitava che eravamo molto fitti nella capanna. La nonna usava allungarci la merenda, ce n’era sempre per tutti quanti. Preparava certi dolci con le ricette polacche o boeme, lei era nata in Boemia.

Non c’era nemmeno una nuvola su questo idillio che mi stai descrivendo?

Vorrei poter dire di no, ma la nuvola c’era ed erano i miei rapporti con la matrigna.

Di nuovo?

Un problema mai risolto. Appena lei usciva dalla visuale dei nonni cercava di avvilirmi con mille critiche, e palesemente era sempre dalla parte di mio fratello. Come a Berlino, quando facevamo una birbonata, e ne combinavamo delle belle, lei attribuiva la colpa sempre a me insistendo con i nonni che mi punissero. E poi continuava con quella cosa avvilente di dirmi, quando nessuno poteva sentirci, che ero uguale a mia madre. Per me era un’offesa atroce. Si era parlato mai apertamente del motivo per il quale mia madre ci aveva abbandonati, ossia per fare la guardiana in un campo di sterminio, ma intanto io lo sapevo. Forse un giorno a Berlino la nonna mi aveva detto la verità. La nonna non aveva mai nascosto la sua estrema antipatia per la nuora, la definiva una poco di buono e usava espressioni anche peggio che non posso ripetere.

I nonni come si comportavano quando tu e tuo fratello facevate delle marachelle?

Quando Peter e io ne combinavamo una insieme ritenevano giusto che fossimo puniti entrambi. Ma mio fratello tendeva sempre a dare la colpa a me e la matrigna gli credeva. Così la punizione toccava solo a me con le aspre proteste dei nonni. Si creavano situazioni molto tese ed era un gran peccato. Potevamo essere tutti felici in quella casa e invece no. Anche i nonni avevano sofferto, erano stati cacciati via dalla Polonia come cani rognosi e noi - be’ - tu sai cosa abbiamo passato a Berlino durante la guerra. Anche mio padre, di indole pacifista e antimilitarista, era ancora traumatizzato dall’esperienza del servizio militare assolto in Germania per via dell’annessione dell’Austria, sebbene gli era andata abbastanza bene. Poiché la sorella della nostra matrigna lavorava alle dipendenze del ministro Goebbels era riuscita ad evitare che fosse mandato in Russia. Si trovava di stanza in un luogo non troppo lontano da Berlino assegnato al servizio della contraerea.

Quindi il soggiorno sul lago aveva anche i suoi lati negativi?

Come tutte le cose al mondo, nulla é perfetto. Ma io continuo ad essere grata di avere avuto questi pochi anni, tuttora é un ricordo che mi riscalda. Era un posto così bello e dopo la guerra, che ci aveva tolto ogni cosa, ora ci sembrava di avere tutto: i nonni amorevoli, il cibo, il giardino, l’altalena, la capanna sull’albero, la libertà, i divertimenti e questo lago che per me resta il più bello del mondo.

Ma poi tutto finì… come successe?

Mio padre era un artista, l’inizio della sua promettente carriera come pittore era stata distrutta dal nazismo, ad Attersee aveva trovato all’approdo dei vaporetti un lavoro come manovale, ma questa cosa lo rendeva molto infelice. Lo vedevo ritornare a casa con le mani sciupate. Mio padre aveva mani bellissime, da creativo, da persona sensibile, e mi dispiaceva per lui. La mia matrigna però non si rassegnava al fatto che rimanessimo ad Attersee, confinati in un paesino che lei chiamava mortorio, perché era nata e cresciuta in una metropoli, ovvero a Berlino. Fu per lei che alla fine lasciammo la casa dei nonni per trasferirci altrove.

Come ci riuscì?

Un giorno la matrigna lesse su un giornale, che pubblicava offerte di lavoro, l’annuncio di una grossa industria tessile che cercava un designer. Uno che ideasse disegni per tende, tovaglie, fazzoletti eccetera. Ricordo ancora il giorno in cui, tornando da scuola, la nonna ci ricevette con una strana faccia.

Perché?

Aveva saputo che la nuora, ossia la nostra matrigna, aveva risposto all’annuncio.

Al posto di tuo padre?

Esatto. Infatti quelli invitarono mio padre a produrre alcuni disegni di prova e di spedirli alla fabbrica. Allora mio padre e la matrigna andarono col trenino al capoluogo per comprare tutto il necessario, ovvero fogli da disegno, pennelli, tempere eccetera. Papà si mise al lavoro sul grande tavolo in cucina e alla fine spedì il rotolo.

Furono accettati?

Trascorse un po’ di tempo e mio padre pensava che non fossero stati accettati, ma poi arrivò la lettera dall’azienda che gli offriva un impiego fisso compreso un appartamento nell’area della fabbrica. Per fortuna l’appartamento doveva essere ancora terminato per cui il trasloco era stato fissato solo per settembre, così potevamo goderci l’ultima estate sul lago. Avevamo tanti amici, eravamo un bel gruppetto. Peter e io andavamo con la nostra barca a remi lungo la riva per far loro visita. Attaccavamo la barca al loro pontile, tutti avevano un pontile, alcuni erano piccoli, altri più grandi, ma tutti lo avevano, e stavamo lì con i nostri amici a nuotare insieme o a fare tanti giochi diversi. Io ero quella che inventava sempre nuovi giochi.

Eri una specie di leader?

Si, qualcosa del genere. Avevo molta fantasia, un cervello sempre in attività. Un giorno inventai una specie di giochi olimpionici, li organizzammo sul grande prato di una casa di amici, una casa che, come quella dei nonni, confinava con il lago. Eravamo una quindicina di ragazzi, ci divertivamo un mondo con le nostre olimpiadi. Facevamo gare di tuffo, di nuoto normale e in immersione, di canottaggio, di salto in lungo e in alto, di ginnastica e tante altre discipline. C’era un segretario che annotava ogni cosa su un foglio, prendevamo tutto terribilmente sul serio. Ci mettevamo molto impegno e tanto entusiasmo.

Al giorno d’oggi nessun bambino si divertirebbe più in questo modo.

Il fatto é che oggi i bambini hanno ogni genere di giocattoli, spesso anche molto costosi e sofisticati, ma dopo un po’ se ne stancano. Hanno perso il gusto del vero gioco e lo trovo molto triste. Il vero gioco é fantasia, finzione, idea, immaginazione e - perché no - anche sogno.

Avendo letto il tuo libro “L’usignolo dei Linke” mi accorgo che hai saltato il racconto del ragazzo Kurt che ha trascorso con voi un’estate sul lago.

E’ vero, ma dovrei aprire un capitolo a parte perché é una storia molto intensa e non potrei “tirare via”, come si dice in gergo letterario.

D’accordo. Ma peccato. Quindi - la vita sul lago finì. Come ti sentivi?

Ancora una volta sradicata. Guarda, dover lasciare Berlino é stato per me un trauma. Questa città, che avevo vista morire, mi era rimasta nel cuore ed é tuttora così. Ho rivisto Berlino dopo decenni e avrei voluto condividere questa emozione con certe persone, una sei tu. Ma all’epoca non era possibile. Questioni familiari. Oddio, sempre le nostre questioni familiari… non se ne viene fuori. Comunque, ho rivisto Berlino in compagnia di uno staff della Rai, e poi c’era anche mia cugina e suo marito. La seconda volta sono ritornata con una cara amica insieme a una troupe di Mediaset. Infine l’ho visitata di nuovo con gli amici Daniela e Umberto. Mi avevano fatto un regalo. Hanno preso il treno insieme a me perché io non posso viaggiare in aereo.

Prima o poi a Berlino ci porti anche me?

Certo, se lo desideri…

E in Slesia dove sei nata? In quel paesino che si chiama…

Steinberg, Kreis Goldberg… Ora é Polonia. No, lì sarà difficile che possiamo andare. Ma ti faccio vedere una foto del paesaggio dove sono nata. E’ stata scattata proprio nella regione Goldberg.

Bellissima! Un paesaggio molto romantico

Già. Non é poi troppo cambiato da allora.

Torniamo ad Attersee… Allora, partire dal lago ti ha reso triste

Di più. Come ti dissi prima, mi sentivo di nuovo sradicata. E poi dovevo lasciare i nonni che mi volevano bene. Il pensiero di dover di nuovo convivere con la matrigna mi terrorizzava perché non ci sarebbero più stati i nonni a proteggermi. Temevo che mio padre ancora una volta non sarebbe stato dalla mia parte e non mi sbagliavo.

Dove vi siete trasferiti?

(Foto Sankt Johann im Pongau)

A Sankt Johann im Pongau nel lontano salisburghese in una valle circondata da monti e ghiacciai. La fabbrica si trovava in una zona abbandonata da Dio dove non c’era nemmeno un negozio. L’appartamento era bello, al pianterreno in un lungo edificio che ospitava una ventina di famiglie che lavoravano nella fabbrica. Noi avevamo anche un giardinetto, ma io ero terribilmente triste. Dovevamo fare ogni giorno circa quattro chilometri avanti e indietro per poter andare a scuola. E poi, io non volevo la montagna ma il lago. Volevo l’amore dei nonni e non la freddezza di mio padre e l’ostilità di sua moglie. Mi sentivo molto infelice.

Col tempo sei riuscita ad ambientarti?

No, per niente. Ero infelice e basta e con la matrigna non andava affatto bene. Io cominciavo a respirare solo dopo che lei era uscita di casa.

Non ti inventavi più dei giochi?

Ero così triste e addolorata per essermi dovuta dividere dai nonni e dal lago che forse proprio per disperazione inventavo nuovi giochi. Era autunno e nei giardinetti degli altri inquilini c’erano tanti fiori, soprattutto astri, e questo mi allietava un poco, ma per il resto mi sentivo spaesata. Per fortuna là c’erano tanti bambini e cercavo di fare amicizia con tre ragazzine che avevano più o meno la mia età, ricordo ancora i nomi: una si chiamava Helga come me, l’altra Irmi e la terza Heinrike. C’erano altre ragazzine ma erano troppo piccole. Ho cominciato presto a organizzare giochi in riva al fiume Salzach, ancora mi stupisce il fatto che nessuno dei genitori temesse che qualcuno di noi potesse cascare nel fiume e annegare. Era un corso d’acqua piuttosto impetuoso. Poi ho organizzato un teatrino con piccole rappresentazioni, naturalmente tutto era molto buffo e improvvisato, ma tutti i bambini se ne appassionavano. Ricordo anche che costruivamo, con scarti di mattoni ed altro, una casetta nella quale potevano trovare spazio sei o sette ragazzi.

(Il fiume Salzach. Giocavamo sulla sua riva…)

Curiosa la storia della casetta costruita con scarti di mattoni eccetera. Li a cosa giocavate?

Be’, lì dentro era davvero uno spasso. Si giocava a mamma e papà. Quante liti mentre si assegnavano i ruoli! Tutti volevano essere mamma o papà perché potevano comandare. A volte tiravamo a sorte. Si faceva finta di preparare il pranzo con veri pentolini e materiali come sabbia, terra, acqua e certe vernici da muro che avevamo scoperto nel cantiere abbandonato. Quando era brutto tempo ci ritiravamo là dentro ed era ancora più divertente.

Poi venne l’inverno e imparai a sciare. A due passi dal Wohnhaus, é così che si chiamava la casa costruita per gli impiegati della fabbrica, c’erano dei calanchi che ci servivano come pista. Erano piuttosto ripidi ma io mi ci buttavo giù con gli sci con una certa incoscienza. Costruimmo anche un trampolino e ci esercitavamo nel salto, sempre con gli sci. Facevamo certi salti tremendi da romperci il collo.Una mattina non si poteva aprire la porta di casa perché c’erano due metri di neve. L’intera Wohnhaus era sepolta. Dalla fabbrica chiamarono qualcuno del Comune che ci liberasse. Questi spalarono per ore. Per due giorni non potemmo andare a scuola. In quel frangente sperimentammo un altro gioco. Salivamo su certi pali che orlavano la strada e ci buttavamo nella neve alta a volo d’angelo.

E il rapporto con la tua matrigna?

Pessimo, come sempre. Devi sapere una cosa: subito dopo la guerra i tedeschi potevano autocertificare molte cose perché buona parte della popolazione aveva perso tutto compreso i documenti, e lei aveva colta l’occasione dichiarando che mio fratello era suo figlio naturale. Io restavo naturalmente solo la figliastra. Il fatto é che io sapevo fin da Berlino che lei non era la nostra vera madre. Quando quella vera se ne era andata di casa, io avevo 4 anni e la ricordavo molto bene, mentre mio fratello aveva solo 19 mesi e non rammentava nulla di lei. Tornando al mio rapporto con la matrigna, là in montagna lei mi dimostrava con ogni mezzo che non mi voleva e mi picchiava per ogni nonnullacon una gruccia, un vezzo che aveva già a Berlino. Ma lo faceva di nascosto perché, anche se mio padre non era affettivamente presente nella mia vita, ma certamente non avrebbe voluto che lei mi picchiasse. Mi angosciava terribilmente restare sola con lei. Una volta mio padre dovette assentarsi per due giorni perché l’azienda lo aveva mandato a una Fiera tessile a Vienna, e io ero così terrorizzata del fatto di rimanere alla mercé della matrigna che mi venne una specie di vomito nervoso. Quando vidi ritornare mio padre mi misi a piangere dal sollievo. Si era creata una situazione molto brutta fra me e la moglie di mio padre e ad un certo punto mi inventai una vendetta. Dopo che per l’ennesima volta era riuscita a picchiarmi all’insaputa di mio padre andai da mio fratello e gli spiattelai che lei non era la nostra vera madre. Lei mi aveva minacciata fin da Berlino di non rivelare mai questa cosa a mio fratello.

Lui come reagì a questa notizia?

Io lo feci giurare che non mi avrebbe tradita con lei, ma poco dopo, come succedeva spesso, litigai con mio fratello e allora corse dalla matrigna dicendole che gli avevo detto che lei non era la nostra vera madre. Successe il finimondo. Ricordo che, fu un pomeriggio sul tardi, lei si imbestialì come mai prima urlando che ero una schifosa bugiarda e aggiungendo che ero uguale a mia madre, cattiva, bugiarda e meschina. E me le suonò duro con la solita gruccia. Ma il giorno dopo a scuola durante l’ora di ginnastica la mia insegnante si accorse dei lividi che avevo sulle braccia e sulle cosce e mi chiese come me li ero procurati. Allora mi misi a piangere e mi sfogai con lei. Le raccontai del mio disastroso rapporto con la seconda moglie di mio padre e le dissi anche il fatto che non era la nostra vera madre. La matrigna fu convocata a scuola e da quel momento fra me e lei c’era l’odio puro. Lei decise di allontanarmi una volta per tutte da casa e convinse mio padre di farmi internare in collegio. Lui fu d’accordo e per questo da quel momento in poi ce l’avevo anche con lui.

Quindi ti misero in un colleggio?

Già. Si trovava sul lago Waller e, anche se non era il mio amato lago Atter, lì non ero infelice.

(Il mio collego “Seeburg” sul lago Waller. La freccia, sopra a destra, indica la finestra del mio dormitorio)

 

Chi ti ci portò?

Al collegio? La matrigna. Ad onore della verità, lei si era data da fare con grande entusiasmo a mettere le iniziali su tutte le mie cose, calze, mutande, pullover, vestiti… Si vedeva che era felice di potersi liberare di me.

Tuo fratello non seppe mai che la matrigna non era la vostra vera madre?

Si, lo imparò quando stava preparando i documenti per sposarsi. All’anagrafe gli dissero che il suo certificato di nascita era un’autocertificazione e che doveva richiedere l’originale al Comune dove era nato. Così scrisse a Berlino Pankow e glielo inviarono. Figurava il nome di nostro padre, ma al posto di quello della matrigna si leggeva quello della nostra vera madre.

Mamma mia… lui come reagì?

Fu uno shock. Era stato ingannato per tutta la vita dalla donna che aveva creduto sua madre. Da allora il loro rapporto si raffreddò. Ma anche quello fra mio fratello e nostro padre, perché lui si era reso complice di questo imbroglio.

Incredibile… Ma raccontami del collegio. Come ti trovavi?

All’inizio fu un po’ duro. Ero così giovane e avevo già cambiato tanti luoghi… Il collegio era del genere misto, c’erano ragazzi e ragazze. Il primo giorno, fu l’inizio di un nuovo anno scolastico e anche di una nuova stagione del collegio, il direttore fece un lungo discorso e circa alla metà dovevo andare in bagno, ma non ebbi il coraggio di fiatare perché tutti fissarono in silenzio l’uomo che parlava e per poco non me la feci addosso.

Poi riuscisti ad ambientarti?

Si, abbastanza in fretta. Al mattino facevamo tutti quanti colazione insieme e poi a scuola che si trovava al paese che si chiamava Seekirchen. Infine di nuovo ritorno al collegio, si pranzava in due turni, poi si doveva andare nella sala-studio per fare i compiti. Il direttore era una bravissima persona, se qualcuno aveva difficoltà con lo studio lui era sempre disponibile a dare una mano.

Che personale c’era oltre al direttore e sua moglie?

C’erano due cuoche e due donne per le pulizie. Inoltre c’erano due istitutrici per i maschi e una per tutte le femmine. Naturalmente fra maschi e femmine nascevano delle storie, ma tutto a livello platonico. Ricordo una grande soffitta dove erano sistemati i nostri armadietti. Dopo cena si andava su per scegliere il vestito, le scarpe e la biancheria per il giorno dopo. Là ci scambiavamo i bigliettini con il nostro “amoroso” e viceversa. Funzionava così: ti arrivava un biglietto e un ragazzo ti scriveva: vuoi stare con me? E tu scrivevi si o no. Se era si cominciava un vivace scambio di letterine ed era molto divertente. Capitavano anche dei tradimenti. Un ragazzo si innamorava di un’altra e allora ti comunicava: ora sto con Helene o con Anna e basta. Cambio di guardia.

Avevate del tempo libero?

Si, dopo i compiti potevamo uscire dal collegio e andare giù al lago o dove volevamo. Andavamo anche a spasso per la campagna, i dintorni erano molto belli. Naturalmente si formavano dei branchi. Alla fine di maggio cominciavamo a fare il bagno nel lago. Tutti sapevamo nuotare. Avevamo anche a disposizione delle barche a remi.

D’inverno come vi divertivate?

Si sciava. C’erano dei calanchi meravigliosi. E poi c’era il giornalino del collegio.

Avevate un giornale?

L’avevo fondato io e feci lavorare tutti. Tutti volevano collaborare e abbiamo creato una piccola redazione. Chi scriveva poesie, chi di sport, chi articoli sulla vita al collegio o anche altre storie, qualcuno disegnava. C’era anche un ragazzino che produceva fumetti a puntate. Era un bellissimo passatempo e anche costruttivo. Io ero la direttrice e mi stimavo. Questo piccolo potere mi stimolava. Mi sentivo qualcuno. Mi sentivo una persona dopo che per anni la mia matrigna mi aveva solo considerata la quinta ruota del carro, oppure un insetto molesto che la infastidiva.

Non andavi mai a casa?

Si, per le vacanze natalizie e quelle estive. Ma non mi sentivo a mio agio né con la matrigna né con mio padre né con mio fratello che mi trattava come se fossi un’intrusa nella sua vita di apparente figlio unico. Infatti c’erano subito delle liti con lui. Non voleva che toccassi le sue cose e per poter entrare nella sua stanza dovevo chiedergli il permesso.

Ma poi sarai tornata dal collegio per sempre…

Infatti. Quando tornai definitivamente dal collegio perché avevo raggiunto i limiti d’età, ovvero sedici, mi ritrovai in un ambiente ostile che mi faceva stare male. Intanto, nel frattempo c’era stato un trasloco e ora si abitava in un villaggio a circa sette, otto chilometri da Salisburgo, ma più che mai mi sentivo di troppo e il rapporto con la matrigna, se fosse possibile, era peggiorato. Poi decisi che non l’avrei sopportata oltre.

Cosa volevi fare?

Una sera, la matrigna e mio padre erano andati a fare una passeggiata, rubai dei soldi in casa, buttai la mia roba in un borsone e scappai prendendo l’ultima corriera per Salisburgo.

Là conoscevi qualcuno?

Dopo il ritorno dal collegio mio padre mi aveva chiesto che cosa intendevo fare o studiare, e risposi che desideravo intraprendere studi che in futuro mi permettessero di fare la giornalista o la scrittrice.

Ti assecondò?

No. Ancora una volta decise la matrigna. Mi iscrisse a un istituto commerciale a Salisburgo che odiai subito, andavo avanti e indietro con la corriera. In quella scuola avevo fatto amicizia con una ragazza e raggiungendo Salisburgo la chiamai da una cabina telefonica. Mi invitò di andare a casa sua. Aveva una madre molto comprensiva che mi offrì di restare là per alcuni giorni, ma a patto che mi sarei data da fare per trovare una camera in affitto e possibilmente anche un lavoretto. A quel tempo era relativamente facile, bastava volere.

Lo hai trovato? Intendo camera e lavoro?

Mi sono presentata in una birreria e mi hanno presa mezza giornata per lavare e asciugare i bicchieri e fare un po’ di pulizie. Prima mi trovai un lavoretto in una birreria. Lavavo i bicchieri e facevo un po’ di pulizie. All’epoca tutto era ancora molto semplice e se volevi trovare un lavoro lo trovavi, anche senza tanti permessi. Bastava la carta d’identità. Avevo anche il diritto a due pasti.

Poi trovasti anche una camera?

Si. Ero andata un po’ in giro, poi mi piacque una piccola mansarda in una villetta a due piani a duecento metri dal centro storico. C’era anche un giardino con dei gatti e la padrona ogni tanto mi allungava un pezzo di Pfannkuchen, una specie di grossa frittata.

Tuo padre non ti venne a cercare?

Ci mise un bel po’ prima di presentarsi davanti alla porta della mia camera. Era molto freddo e disse che non sarei dovuta scappare, che ero stata maleducata. Mi chiese cosa volevo fare: tornare a casa o cercare di sbrigarmela da sola? Risposi che volevo sbrigarmela da sola.

Ti lasciò andare?

Si, mi lasciò andare.

Quanti anni avevi

Diciassette.

E come te la cavavi?

Terminai con grande fatica l’istituto commerciale che odiavo, ma mi dissi che, visto che ormai ero l’unica responsabile di me stessa, avere in mano un diploma mi avrebbe dato la possibilità di trovare un impiego decente. Infatti, finiti gli studi fui assunta dalla Siemens-Schuckert-Werke. Ormai avevo rinunciato a intraprendere studi idonei per fare la giornalista, o qualcosa del genere, perché mi sarei dovuta trasferire a Vienna e non me lo potevo permettere. Intanto tirai avanti imparando la stenografia Babelsberg e a battere a macchina dicendomi che, se davvero volevo diventare una scrittrice, forse sarebbe bastato continuare ad allenarmi come avevo sempre fatto. Scrivevo fin dai dodici, tredici anni. Ho dovuto cambiare tante scuole, ma i miei temi erano sempre stati letti in classe.

Non sei andata a cercare i tuoi nonni sul lago Atter?

No, perché il nonno era morto di un tumore e mio padre e suo fratello avevano ricoverato la nonna in una casa di riposo per anziani. Io ho sempre pensato che le atrocità della guerra, la cacciata dalla Polonia, l’esserci tutti ritrovati e infine la nuova disgregazione della famiglia abbiano duramente provato la psiche e la resistenza fisica dei miei nonni finché il corpo del nonno ha ceduto alla malattia e pochi anni dopo anche il cuore della nonna non voleva più reggere.

Ti sei fatta qualche amica a Salisburgo?

Feci amicizia con un collega della Siemens, Richard, che praticava il canottaggio. Durante i fine settimana andava sul lago Waller dove si trovava il suo Ruderclub, un Club di canoisti. Presto cominciò a partarmi con sé sulla sua Lambretta italiana e mi insegnò a tenermi in equilibrio sulla sua barca singola e a non rovesciarla in acqua. Lì si riunivano anche altri giovani di entrambi i sessi che si allenavano su barche a due, a quattro o a otto. Dormivamo nell’edificio del Club, ognuno si portava da casa le provviste. Era una casa di legno. Al pianterreno c’era il deposito delle barche e al piano rialzato si trovava un soggiorno, una cucina e le camerate con i letti a castello. Le ragazze da una parte e i ragazzi dall’altra. I più anziani controllavano che non succedessero cose vietate tra le femmine e i maschi.

Richard era solo un collega o…

Solo un collega. Era fidanzato e frequentava la sua ragazza durante la settimana. Lei detestava tutto ciò che aveva a che vedere con l’acqua, non le piaceva né il nuoto né il canottaggio e nemmeno il lago. Ne aveva una specie di allergia fisica e mentale. Una cosa molto strana.

Lei sapeva che Richard ti portava al suo Club?

No, non l’ha mai saputo.

Cos’altro succedeva nella tua vita in quel periodo?

Mi misi in testa di fare l’attrice.

Davvero?

Si. Feci domanda per avere una borsa di studio che con mia grandissima sorpresa mi fu accordata. Mi licenziai dalla Siemens e cominciai a frequentare il corso di regia e arte drammatica al Mozarteum. I soldi della borsa di studio erano pochi e così tornai a lavare per alcune ore al giorno i bicchieri in una birreria. Feci la comparsa in quasi tutti i film che giravano a Salisburgo e d’estate posavo per Kokoschka durante la sua Sommerakademie che il grande artista aveva fondato nel 1953 sulla fortezza Hohensalzburg, che sovrasta la città ed é il simbolo di Salisburgo.

E l’amore? Non stavi con nessuno?

Dopo che mi fui licenziata dalla Siemens, l’amicizia con Richard si allentò e poi finì. Cercai di inserirmi nel gruppo del corso, ma trovai molte difficoltà. Mi sentivo un po’ come Cenerentola. Quasi tutti i compagni di studio erano figli di papà ed erano mantenuti dalle famiglie. Le ragazze erano vestite all’ultima moda mentre io mi aggiustavo qualche straccetto comprato al mercatino dell’usato. A tale scopo avevo affittato una macchina da cucire Singer, quelle che si mettevano sul tavolo perché non avevano il pedale. Per farla andare si doveva azionare una manovella.

Tra i ragazzi del gruppo non c’era nessuno che si interessasse a te?

Si, c’era uno. Io facevo la preziosa e lui, forse proprio per le mie resistenze, si dette da fare per conquistarmi. Ma dopo gli stupri ai quali avevo assistito da bambina a Berlino, quei russi che nella nostra cantina avevano violentato due adolescenti, io avevo problemi con l’altro sesso. E quando la storia giunse al dunque - insomma, hai capito - mi venne la crisi.

Che tipo di crisi?

Di pianto, di tutto. Mi misi a tremare come una foglia. Ebbi un attacco di panico. Il ragazzo si spaventò e filò via.

Un po’ vigliacco direi…

Diciannove anni, era giovane. Ma la cosa brutta fu che spifferò la mia defaillance ai nostri compagni di studio e da quel momento fui considerata un’handicappata. Intendo sessualmente.

Una cosa… molto triste

Si, molto triste. Ma capivo anche che avevo un problema serio.

Lo superasti?

Ti dico come…Un giorno una ragazza, anche lei aveva affittato una camera nella stessa casa dove abitavo ancora, mi invitò al veglione di San Silvestro dei pompieri. Suo zio era un pompiere e le aveva dato due biglietti d’ingresso. Era una festa mascherata e scelsi di vestirmi da Angelo azzurro. Sai, la Dietrich nel famoso film di Sternberg… Là conobbi un ragazzo che mi fece subito una corte tremenda. Era di Parigi e insegnava inglese e francese alla Berlitz-school. Cominciammo a frequentarci e pian piano con lui riuscii a superare il mio problema. Aveva ventun anni, era un ragazzo fantastico. Si chiamava Pierre.

Finalmente una buona notizia

Fu una gran bella storia. Frequentavamo il Café degli artisti che si trovava di fronte al Mozarteum e a due passi dal teatro stabile di Salisburgo. Era il nostro grande punto di riferimento. Potevamo trattenerci per ore davanti a un coca e rum, un caffè o un bicchiere di Burgunder senza che nessuno ci mandasse via. Il locale era frequentato da pittori, ballerini, attori, studenti… C’era un juke box sempre aggiornato con le canzoni in auge all’epoca, io andavo matta per Elvis Presley. Ad esempio “Its now or never”. Elvis era enormemente famoso in Austria.

Oltre a studiare e a lavorare nella Bierhaus e frequentare i corsi dell’accademia, e Pierre a insegnare alla Berlitz, vi rimaneva tempo per stare insieme e divertirvi?

In realtà io ero molto più occupata di Pierre. Lavoravo, mi aggiustavo gli straccetti, studiavo, mi esercitavo nella scrittura su una macchina per scrivere Remington che avevo preso a noleggio, e poiché gli studenti dell’accademia potevano usufruire di forti riduzioni sul prezzo dei biglietti, almeno tre volte alla settimana andavo a teatro e Pierre mi accompagnava, anche se doveva pagare il prezzo intero.

I tuoi non ti cercavano mai?

No. E io non cercavo loro.

Con Pierre tutto filava liscio?

Finché suo padre non gli ordinò di tornare a Parigi. A causa mia non si era più mosso da Salisburgo e sua madre non ce la faceva più a non vederlo. Allora decise di andare per un po’ a casa. Quindici giorni, venti. Mi assalì subito il terrore che non potesse ritornare. Così gli dissi che sarei andata con lui. Chiese con quale denaro. Avevo appena riscosso i soldi della borsa di studio e decisi che li avrei usati per Parigi. Prima lui si oppose, ma poi la spuntai io e partimmo insieme.

Come andò?

Quando scendemmo al Gare du Nord avevo l’impressione di sognare. Mi accorsi subito dell’eleganza delle parigine in contrasto con le austriache. Temetti di sfigurare, ma Pierre mi tranquillizzò. Per fortuna all’epoca avevo un fisico snello e ben fatto e qualsiasi cosa mi mettessi addosso mi stava bene. Prima di partire avevo comprato un paio di scarpe italiane con il tacco a spillo, e mi sembrava di essere abbastanza presentabile. Fui come ubriaca di entusiasmo e curiosità.

Ti portò a casa sua?

Fin da Salisburgo Pierre aveva telefonato alla sorella pregandola di ospitarmi in un primo momento. Lei abitava al terzo piano di un magnifico palazzo e i genitori occupavano l’attico. Era una famiglia ricca, possedevano tre boutique nel centro di Parigi. Andammo da sua sorella e lei ci promise che avrebbe preparato il terreno con i genitori. Insomma, informandoli che Pierre era venuto a Parigi con la sua ragazza. L’appartamento della sorella era bellissimo, non avevo mai visto nulla di simile. Lei mi offrì la cena e mi preparò il letto nella stanza degli ospiti. Pierre intanto si sistemò nell’attico nella sua vecchia camera da ragazzo. Il giorno dopo però arrivò la delusione.

Che successe?

Quando i genitori seppero che Pierre era venuto a Parigi con me, diedero in escandescenze. Naturalmente avevano immaginato che a Salisburgo frequentasse qualche fanciulla, ma che se la sarebbe portata a Parigi andava al di là della loro comprensione e dei loro piani. Innanzitutto erano decisi a non fare più ripartire il figlio, perché intendevano inserirlo finalmente nelle loro attività; ma il secondo motivo fu più grave. Alcuni loro parenti stretti erano morti in un campo di sterminio nazista e il pensiero che Pierre mi potesse tenere con sé a Parigi fu per i genitori inaccettabile. Mai con un’austriaca o con una tedesca, il che per loro era praticamente la stessa cosa.

Ma tu durante il nazismo eri una bambina e non avevi colpa dei crimini di Hitler…

La sorella aveva tentato di farglielo capire, ma non c’era stato nulla da fare. I genitori proibirono a Pierre di farsi vedere in giro con me.

Lui come reagì?

Cedette. Dovetti trasferirmi in un alberghetto da due soldi. Un posto squallido, orribile. Pierre veniva a trovarmi di nascosto e mi portava un po’ in giro per farmi conoscere Parigi. Ma l’incanto si era rotto.

E poi?

Una mattina mi buttò giù dal letto, saranno state le sette. Fui preoccupata, non fiutai nulla di buono. Mi portò a fare colazione in un bistrò, fuori dalle finestre c’era un cortiletto carino con molti uccellini in grosse gabbie. Facevano un gran concerto… Poi venne la botta: i suoi genitori gli avevano imposto un aut-aut: se ritornava con me a Salisburgo sarebbe stato diseredato e loro avrebbero interrotto ogni rapporto con lui.

Che decisione prese?

Di restare a Parigi. Nel frattempo io cominciai a essere a corto di denaro e dovetti comunque decidere di ripartire. Fu uno dei momenti più tristi della mia vita. Feci il lungo viaggio da sola senza mangiare nulla su un treno non troppo veloce. Ci mise un’eternità. Ero terribilmente triste. Una volta arrivata a Salisburgo mi chiusi nella mia camera e rimasi per diversi giorni sdraiata sul letto digiunando e riflettendo su come avrei potuto ammazzarmi. Ma non trovai alcuna soluzione. Non possedevo un’arma e mi vergognavo di presentarmi in una farmacia e comprare due scatole di sonniferi, il commesso avrebbe subito drizzato le orecchie. Poi venne l’affittacamere a bussare per vedere se non fossi morta. Scoppiai a piangere e lei mi consolò. Mi regalò un uovo di cioccolato dell’anno passato che era anche un po’ rancido, ma era la prima cosa che mangiavo dopo Parigi. Ci misi un bel po’ a riprendermi. L’unica ragazza dell’accademia con la quale avevo fatto amicizia insistette affinché riprendessi gli studi. Nel frattempo però, visto che ero partita senza avvisare la Bierhaus, loro avevano preso un’altra studentessa e per continuare senza borsa di studio dovetti cercarmi un nuovo lavoretto. Lo trovai al Suchdienst della Croce Rossa.

Che cos’era?

Facevano ricerche sui dispersi in Russia. Dovevo tenere aggiornate le cartelle dei richiedenti. Due volte alla settimana arrivavano dei vestiti usati che la Croce Rossa raccoglieva per i poveri, ed ebbi il permesso di scegliere qualcosa che mi piaceva. A casa poi lo adattavo con la solita Singer a manovella.

Trovasti un nuovo ragazzo?

No. Mi legai solo a un compagno di studio dell’accademia, un ragazzo bellissimo: alto, biondo, occhi azzurri, figura atletica. Era gay e gli altri non lo capivano. Era un po’ isolato. Ma una volta confidatosi con me diventammo grandi amici. Fu con lui che ad un certo punto lasciai Salisburgo per trasferirmi a Vienna.

Come mai?

Lui si era diplomato mentre io avevo abbandonato poco prima perché non ce la facevo più a mantenermi su due fronti: frequentare la scuola per diverse ore al giorno, a volte sette, otto, inoltre, se si allestiva un lavoro teatrale (era il lato pratico dello studio), anche nel pomeriggio. Come ti avevo già detto, gli altri erano quasi tutti figli di papà per cui non avevano problemi di denaro, mentre io non avevo alcun sostegno familiare, né materiale né psicologico/affettivo. Il mio amico, ora non ricordo il suo nome, ma chiamiamolo Sigfrido, sperava di ottenere un contratto come attore a Vienna dove le possibilità erano maggiori che nella piccola Salisburgo. Anch’io, malgrado non avessi compiuto gli studi, mi illudevo che, presentandomi alle audizioni, qualcuno si sarebbe convinto del mio talento.

Quindi partisti?

Partimmo con pochissimi soldi in tasca. La madre di Sigfrido piangeva, lei era vedova e lui figlio unico. Io naturalmente non avevo nessuno che piangesse o si preoccupasse per me. Decidemmo di fare l’autostop. Fummo fortunati. Ci diede un passaggio un camionista. Arrivammo a Vienna che era quasi sera.

Poi che successe?

Prima di partire Sigfrido aveva telefonato a una vecchia zia che abitava a Vienna chiedendole se fosse stata disposta a ospitarlo per i primi tempi. Lei aveva acconsentito. Arrivando alla capitale lui la chiamò da una cabina telefonica. Disse che era venuto a Vienna insieme alla sua fidanzata, ovvero io, pregandola di dare ospitalità anche a me. Ma lei disse di no. Se fossimo stati sposati sì - ma solo fidanzati no. Era una che andava tutte le mattine in chiesa.

Allora cosa faceste?

Telefonammo a un nostro ex compagno di studio dell’accademia di Salisburgo che si era diplomato due anni addietro stabilendosi in seguito a Vienna. Era riuscito a inserirsi in un certo giro del cinema, piccole parti ma intanto era un inizio.Volevamo pregarlo di ospitarmi per qualche giorno. Ma rispose il tizio che gli aveva affittato l’appartamento dicendo che il signor Fuchs era fuori Vienna per le riprese di un film e che sarebbe ritornato l’indomani. A quel punto non sapevamo cosa fare.

Sigfrid si sistemò dalla zia?

Si. E io andai alla stazione termini di Vienna presentandomi alla sede dell’Esercito della Salvezza.

Cosa?

Hai sentito bene. Non avevo alcuna intenzione di andare in un albergo intaccando il piccolo gruzzolo di denaro di cui disponevo. Mi accolse una donna molto gentile. Potevo lavarmi, poi mi assegnò un posto letto in una sala piena di brande, ognuno separata dalle altre con tende. Dormii malissimo perché lo stanzone era pieno e tutt’attorno c’era un gran russare, sibilare, sospirare e tossire. Non vedevo l’ora che arrivasse mattino. Poi alla luce del giorno mi accorsi del disastro.

Che era successo?

Ero coperta di macchie rosse e gonfie. Quella branda era *infestata dalle cimici.

Poverina… eri proprio sfortunata. Cosa facesti?

Chiamai Sigfrido che arrivò dopo circa un’ora. Lo attesi seduta su una panchina vicino alla stazione. Ero avvilita, avevo fame e non mi sentivo tanto bene. Sigfrido fu inorridito quando mi vide in quello stato, ma nello stesso tempo mi fece coraggio. Andammo in una farmacia e comprammo una pomata per le macchie. Poi ci sedemmo in un Cafè, andammo in fondo dove c’era poca luce, e facemmo colazione. Eravamo piuttosto demoralizzati. E c’era la preoccupazione per la notte a venire.

Come andò avanti?

Dopo andammo un po’ in giro per Vienna e verso mezzogiorno provammo a chiamare Fuchs. Era appena arrivato. Si dimostrò molto disponibile e ci diede appuntamento in un piccolo ristorante. Voleva invitarci a pranzo, era davvero carino. Ci indicò il posto. Si trovava in una stradina laterale della Kärntnerstrasse. Lo aspettammo davanti per quasi un’ora. Alla fine arrivò e anche lui rimase impressionato dalle mie macchie. Quasi non lo riconoscevamo più. Aveva la barba, diceva per esigenze di copione, ed era molto elegante. Anche lui scelse un tavolo un po’ appartato, probabilmente si vergognava un po’ delle mie macchie. Ci raccontò che dopo il piccolo ruolo che aveva nel film che stava girando, ne avrebbe avuto uno molto più importante per il quale aveva già firmato il contratto. Purtroppo verso sera doveva ripartire per Monaco, ma mi lasciò le chiavi del suo appartamento. Si raccomandò di entrare piano per evitare che il proprietario se ne accorgesse, perché era un tipo un po’ strano.

Quindi per quella notte eri sistemata?

Si e no.

Che successe ancora?

Riuscii a entrare nel portone senza che nessuno mi vedesse, e anche nell’appartamento. Era piccolo ma abbastanza decente. Accesi solo una piccola luce e mi muovevo piano in punta di piedi. Alla fine andai a letto e mi addormentai di colpo. Senonché nel cuore della notte fui svegliata da un tipo che mi scuoteva gridando: chi é lei? Chi é lei? Era il proprietario dell’alloggio. Urlava con gli occhi fuori dalle orbite. Aveva acceso tutte le luci e mi fissava come se fossi una criminale. Insomma, mi cacciò fuori. Mi ero messa a piangere e a pregarlo quasi in ginocchio di lasciarmi lì almeno fino al mattino, ma non ci fu niente da fare. Erano le tre di notte.

Mamma mia… dove andasti?

L’appartamento di Fuchs si trovava vicino alla stazione e, non avendo alternative, tornai alla sede dell’Esercito della Salvezza. Feci presente alla donna che la notte precedente mi avevano massacrata le cimici, allora lei mi assegnò un posto letto in una saletta piccola dicendo che i materassi delle brande erano nuovissimi per cui sicuramente esenti da insetti. E così fu.

Ma il giorno dopo?

L’idea venne a Sigfrido. A Vienna lui aveva anche un cugino più grande di lui di tredici anni che faceva lo scultore. Era molto noto e così bravo che l’Accademia di Belle arti a Vienna gli aveva messo a disposizione uno studio. Si chiamava Roland, ricordo ancora il nome. Insomma, Sigfrido gli telefonò più che altro per chiedergli dei consigli su dove avrei potuto sbattere la testa. Ci invitò ad andarlo a trovare nel suo studio.

Come andò?

Lo studio era grande e pieno di luce. Era ricolmo delle sue opere. La proposta era che gli facessi da modella per una nuova scultura che intendeva realizzare; in cambio potevo dormire su un letto di fortuna sistemato in una stanzetta adiacente allo studio. C’era anche un piccolo bagno con water e lavandino. Lui conviveva con una donna e dopo il lavoro nello studio tornava a casa da lei. Ma anche in questo caso la condizione era che non mi dovevo far scoprire. Lo studio non aveva l’abitabilità. Nel frattempo, diceva, insieme a Sigfrido mi avrebbero cercato una cameretta da qualche parte.

Accettasti?

Non avevo proprio nessun’altra alternativa.

Quella sera dormivi nello studio?

Sì, e se ci ripenso mi vengono ancora i brividi. Poiché non dovevo accendere le luci, lo studio rimase al semibuio ricevendo solo un lieve bagliore esterno dai lampioni che rendeva l’atmosfera sinistro, lugubre. L’ambiente era pieno di opere che assumevano nella semioscurità forme mostruose. La prima notte non chiusi occhio, avevo una paura tremenda. Mi addormentai verso l’alba e quando giunse Roland mi sentii distrutta. Lui mi portò del tè caldo e due paste dolci. Poi subito al lavoro. Verso sera arrivò Sigfrido. Disse che era andato a vedere due stanze per me ma erano brutte e troppo care per le mie povere tasche.

Come procedeva la situazione?

Faticosamente. Di notte ero terrorizzata, di giorno posavo per Roland che era un lavoratore instancabile. Posare poi era durissimo. Tre quarti d’ora difilato restando immobile con un quarto d’ora di pausa. Lui era molto severo e si arrabbiava quando non mantenevo precisamente la posa.

Ma ti pagava?

No, vitto e alloggio. Al mattino arrivava con il tè e le paste e alla sera prima di tornare a casa andava in una vicina rosticceria e mi comprava qualcosa per cena. Poi un giorno arrivò Sigfrido con la notizia che aveva trovato una cameretta per me. Era orribile, ma costava poco. Aveva un’entrata indipendente che dava su un ballatoio che puzzava di gatti.

Ma restavi con Roland?

Lo lasciai perché avevo trovato un lavoretto. Indovina dove?

In una birreria?

Esatto. Lavoravo solo alla sera dalle sette a mezzanotte. Così al mattino potevo battere con Sigfrido le agenzie teatrali. Facemmo diverse audizioni, ma con reciproco insuccesso. Nel frattempo avevo di nuovo noleggiato una macchina da scrivere e ricominciai con la scrittura.

E l’amore niente?

No. Invece successe una cosa: un’agenzia mi offrì di entrare in una compagnia teatrale che recitava nei Kellertheater, nei teatri sperimentali delle cantine, e mi ci buttai a capofitto. Ma c’era un neo: non pagavano. Ma potevo fare esperienza. Si recitava con grande passione in teatri minuscoli. Mi piaceva molto.

Come facevi con la birreria?

Dovetti rinunciare, ma trovai da sostituire una ragazza che aveva accompagnato ogni mattina una signora invalida per fare delle cure. Non mi trovai male. Era una donna anziana, ricca e sola, mi pagava bene. Ritornate a casa dopo le cure pranzavo con lei. Aveva una cameriera che si occupava della casa e della cucina.

E Sigfrido?

Ci eravamo anche iscritti al collocamento dello spettacolo come generici, e fummo chiamati diverse volte per fare le comparse in un film. Poi Sigfrido entrò nelle grazie di un… come lo si può definire? Capocomparsa? Insomma, quei due si fecero una storia e un giorno un regista importante si accorse di Sigfrido. Fu per via delle spinte del capocomparsa. Ebbe dapprima un piccolo ruolo di caratterista e fu notato da un altro regista che gli offrì una parte da coprotagonista. A quel punto la storia con il capocomparsa finì e Sigfrido si “fidanzò” con l’ultimo pretendente.

E la vostra amicizia?

Sigfrido cominciò a essere molto impegnato ed era spesso fuori Vienna. A poco a poco ci perdemmo di vista.

E tu?

Avevo il Kellertheater, la signora delle cure, ero riuscita ad affittare una stanza più decente nel centro di Vienna e scrivevo. Scrivevo racconti e anche romanzi. Cominciai a mandarli agli editori ma nessuno voleva saperne niente.

Povera Helga…

Poi la signora delle cure morì all’improvviso di un ictus. Presto rimasi senza denaro. Per poter recitare nella compagnia del Kellertheater avevo bisogno di un lavoro che mi desse da vivere. Fu un brutto momento. Per due mesi non riuscii a pagare l’affitto della stanza e rischiai di essere buttata fuori. In quel periodo Sigfrido ritornò a Vienna dove il fidanzato possedeva un appartamento di lusso. Lo incontrai per caso sulla piazza Graben. Andammo a bere un caffè insieme e lui si accorse che me la passavo male. Mi diede un assegno per aiutarmi. In un primo momento volevo rifiutarlo, ma lui insisteva. Allora lo accettai.

E l’amore?

Si, avevo conosciuto un italiano, proprietario insieme ai genitori di una grande gelateria. Naturalmente gelati italiani. Sarebbe diventata una storia d’amore molto importante, ci eravamo innamorati come due stupidi.

Ma le tue ambizioni?

Il denaro di Sigfrido stava finendo e un giorno incontrai in un’agenzia teatrale un uomo, una specie di agente, che mi offri una cosa curiosa. Un contratto in un night club-cabaret. Si chiamava e si chiama tuttora Moulin Rouge.

E cosa avresti dovuto fare?

Avrei dovuto annunciare in abito da sera il floor-show, avevo una bella voce soft da microfono. Era uno spettacolo di varietà, ma la maggior parte dei numeri erano strip-tease. Un po’ come al Maxim’s di Parigi. Lo spettacolo si svolgeva due volte alla notte: il primo alle undici e il secondo alle due.

Accettasti?

Ero in una miseria nera e il tipo indicò uno stipendio molto alto. Si, accettai. Mi dissi: rotto per rotto, e almeno mi tiro un po’ su di soldi.

E il Kellertheater?

Dovetti lasciare. Mi dolse molto, avevo l’impressione di abbandonare la mia ambizione più bella, ma non smisi mai di scrivere. Scrivevo racconti e romanzi, ma collezionai una serie di rifiuti da parte dell’editoria.

Come andò al Moulin Rouge?

Era terribilmente faticoso, le ore non finivano mai. Dovetti lottare duramente perché il padrone non mi imponesse ad andare ai tavoli.

Per bere con i clienti?

Già. Ma per questo c’erano le entraineuse e io tenevo duro. Non ne avevo alcuna intenzione. Anche alcune strip-tease-girls andavano ai tavoli. Alcune riuscivano a far consumare ai clienti dieci bottiglie di champagne in una notte, che poi non era champagne vero, si capisce. E riuscivano a buttare via la maggior parte del vino usando certi trucchi. Che poi sono gli stessi trucchi in tutti i night-club del mondo. Oltre allo champagne si facevano comprare le sigarette, i peluche, e potevano anche ordinare qualcosa da mangiare. Ad esempio una zuppa di Gulasch o Wiener Schnitzel con patate fritte. C’era una cucina molto organizzata.

Facesti amicizia là dentro?

Si, con una ragazza di Vienna. Faceva l’entraineuse. Non era sposata e aveva un bambino di quattro anni. Doveva mantenere il figlio e i genitori che lo crescevano. suo padre inoltre era invalido. A volte, quando finalmente uscivamo tardi dal Moulin Rouge, attraversavamo Vienna a piedi e andavamo fino giù al Danubio a prendere il sole. Tornavamo a casa circa all’una e poi a letto fino alla sera.

E il tuo amore?

Quello andava a gonfie vele. Una bellissima storia d’amore. Lui mi invitava spesso a pranzo nei ristoranti chic e mi faceva regali costosi che mi imbarazzavano. Oltre questo fra noi c’era un grande dialogo. Lui leggeva tutto ciò che scrivevo e lo commentava. Era una persona istruita che leggeva molto. Ricordo che, quando il Moulin Rouge era di chiusura settimanale, salivamo sulla sua macchina e andavamo fino al confine dell’Ungheria dove, vicino al Lago Neusiedler, che é situato per metà in Austria e per metà su territorio ungherese, si trovava un ristorante gestito da ungheresi. Ci piaceva molto la cucina ungherese dai sapori intensi, ad esempio il classico Gulasch. E’ uno spezzatino di manzo o carni miste che viene cotto per oltre un’ora in un soffritto di cipolla e strutto, condito con paprika, peperoni e pomodoro. Un piatto forte che pizzica moltissimo in gola. Lo si accompagna con un vino chiamato “Sangue di toro”. Un rosso corposo, buonissimo.

Mi sembra un bel ricordo…

Lo è. Rammento ancora nitidamente il paesaggio particolare che si attraversava andando verso quel ristorante. I grandi nidi delle cicogne sui tetti e le sterminate e solitarie superfici della steppa.

Al tuo amico italiano non dava fastidio che tu lavoravi al Moulin Rouge?

Certo, parecchio anche. Ma io rifiutavo la sua offerta di… come dire… mantenermi. Volevo provvedere a me stessa con le mie sole forze.

La tua famiglia?

Assente. Una volta telefonai a Salisburgo perché avevo bisogno di un documento che aveva mio padre, e in quell’occasione appresi che era morta la mia matrigna. Un po’ più in là papà si sarebbe sposato una terza volta con una donna divorziata con la quale pare fosse stato molto felice. Durante quella telefonata, mio padre fu molto freddo e distaccato, domandò cosa facevo a Vienna. Quando gli dissi di lavorare al Moulin Rouge fece un commento che mi ferii.

Come reagì?

Disse che fin dal momento in cui ero scappata di casa aveva temuto che prima o poi mi fossi messa su una cattiva strada.

Non gli spiegasti che annunciavi solo il programma?

No. Ero rimasta come gelata. Lo lasciai nella sua convinzione.

Come andò avanti a Vienna?

Niente teatro, avevo perso di vista Sigfrido, scrivevo, ma gli editori mi rifiutavano ogni cosa. Alla fine mi ero adagiata sul lavoro al Moulin Rouge, anche se non mi entusiasmava. Vedevo ogni notte molta gente, ma ad eccezione di quella ragazza che faceva l’entraineuse non legavo con nessuno. Anche con gli artisti del floor-show non c’era modo di fare amicizia, a parte il fatto che ogni quindici giorni c’era il turn over, ad eccezione di qualche strepitosa strip-tease che attirava molta clientela maschile.

Ma avevi il tuo amore…

Fino ad un certo punto.

Che successe?

In realtà avrei dovuto capire che c’era qualcosa che non andava. Ad esempio, quando in ottobre la gelateria chiudeva la stagione, lui tornava con i genitori in Italia.

Ma come? Ti lasciava sola?

Be’… ritornava ogni mese per due o tre giorni, e questo fino ad aprile, alla riapertura della nuova stagione. Diceva che a casa doveva dare una mano al negozio gestito da sua sorella e da suo marito. Ma la sorella aspettava il terzo figlio per cui non poteva più rendersi utile alla bottega.

E invece? Intuisco un inghippo.

Naturalmente io soffrivo molto di tutte queste assenze, ma mi facevo coraggio e lo aspettavo. Una volta venne, mi caricò in macchina e facemmo un viaggetto insieme.

Dove andaste?

In Italia. Udine e dintorni. Fui entusiasta, mi piacque tutto: il paesaggio, la gente, la lingua, il cibo. Mi portò in diversi negozi e mi comprò una quantità di cose: borsa, scarpe, un cappotto color panna di un tessuto leggero e soffice, una vestaglia di seta e altro che non ricordo. Fui molto felice.

Sembra quasi che volesse farsi perdonare un torto che ti aveva fatto.

Qualcosa del genere, ma “torto” é dir poco.

Cosa fece?

Finalmente era tornata la bella stagione e lui era ritornato stabilmente a Vienna. E ricominciò il nostro rapporto come prima: si usciva quando si poteva, certo, il mio lavoro era molto limitante per i nostri incontri… E quando il Moulin Rouge era chiuso andavamo per i fatti nostri e spesso in quel locale vicino al confine ungherese di cui ti ho già raccontato. Insomma, si stava insieme. Ma un giorno successe una cosa sconvolgente.

Che cosa?

Come avevo sempre fatto in passato, feci il numero del mio amico per dirgli… non ricordo più cosa. Rispose sua madre ed era piuttosto scorbutica. Domandò che cosa volessi da suo figlio visto che era un uomo sposato.

Sul serio?

Già. Seppi così che tempo addietro aveva sposato zitto zitto in Italia la ragazza con la quale era fidanzato fin da quando avevano entrambi diciassette anni. L’aveva sposata ma lasciandola in Italia dove svolgeva la professione di pediatra. In un primo momento dopo l’annuncio di sua madre non volli crederci. Poi mi prese una tale disperazione che minacciai di uccidermi se non avessi potuto avere una chiarificazione con suo figlio e subito!

Lo incontrasti?

Si. Andammo con la sua macchina al Prater. Lui confermò tutto. Disse che amava me e non la donna che nel frattempo aveva sposato, ma che la pressione di entrambe le famiglie era diventata così forte che doveva mantenere la promessa di sposarla. Chiesi perché me lo aveva tenuto nascosto, perché non era stato sincero. Rispose che aveva temuto di perdermi. Naturalmente la conversazione non si svolse così come te l’ho raccontato ora, io urlavo, piangevo, ero fuori di me dal dolore e dalla disperazione.

E lui?

Quando mi ebbi un po’ calmata mi fece una proposta: voleva aprirmi un negozio di articoli italiani intestandolo a me.

In sintesi ti propose di essere d’ora in poi la sua amante?

Qualcosa del genere.

E tu?

Rifiutai. Ero troppo orgogliosa per accettare. Mi feci riaccompagnare a casa, andai al lavoro e feci una proposta a quella amica che faceva l’entraineuse.

Quale?

Di fare un viaggio in Italia. Sperando che la distrazione mi avrebbe aiutata a superare il primo shock.

Lei fu d’accordo?

Sì. Dimenticavo: poco prima di quella catastrofe, un piccolo editore aveva finalmente accettato un mio romanzo e mi aveva perfino dato un anticipo. Non era tanto, ma fu la somma che decisi di spendere per il viaggio. Ma il romanzo non fu mai pubblicato perché l’editore fallì. Mamma mia, avevi tutte le disgrazie.

Già. Alla fine partiste?

Sì. Il direttore del Moulin Rouge era arrabbiato, non voleva concedermi il necessario periodo di vacanza, ma me lo presi di prepotenza.

Come andò il viaggio?

Bene. A Verona davanti a un juke box incontrai il mio futuro marito. Disse di essere bolognese e di trovarsi lì in trasferta di lavoro. Andammo a ballare insieme, io con lui e la mia amica con un suo amico. Fui molto infelice per la storia finita con l’italiano, ma cercai di divertirmi. Poi proseguimmo il viaggio e il ragazzo bolognese mi diede il suo numero di telefono pregandomi di chiamarlo sulla via del ritorno. Mi offrì di fermarmi qualche giorno a Bologna ospite a casa sua. Mi raccontò della sua numerosa famiglia, tanti fratelli e sorelle e una mamma-chioggia che era un’ottima cuoca.

Lo facesti? Ti fermasti a Bologna?

Prima io e la mia amica proseguimmo il viaggio per altre città italiane, ma ad un certo punto la persi per strada.

Come sarebbe a dire?

Lei incontrò un tipo ricco di Rapallo che semplicemente la portò con sé.

Così d’amblè?

Si. Mi sentii tradita da lei, ma pare che il loro fosse un colpo di fulmine. Non ho mai saputo come era poi finita quella storia. dopo tutto lei aveva a Vienna i genitori e il bambino. Ma se ne partirono per Rapallo. Il tizio chiese se volevo andare con loro, ma ero troppo arrabbiata e proseguii per Roma. A Roma incontrai dei viennesi che conoscevo per via del Moulin-Rouge. Trascorremmo insieme delle bellissime giornate. Una sera andammo in un locale dove cantava Peppino di Capri. Mi dissero che era un cantante famoso.

Poi sulla via del ritorno ti fermasti a Bologna?

Si. Conobbi la sua numerosa famiglia. Mi sembrò un nido caldo, accogliente. Lui non volle farmi ripartire. Volle fidanzarsi con me.

Vi fidanzasti?

Si.

Ma lo amavi?

Mi piaceva molto, era un bel ragazzo, un cuore d’oro. Si era subito molto innamorato di me. Dal canto mio pensavo che a Vienna non mi aspettava nessuno e che lui mi offriva appunto un nido caldo. Imparai ad amarlo presto, era un ragazzo bello e molto buono. Un giovane uomo a posto. Onesto, affettuoso.

Lui diventò mio padre…

Si. Era orgoglioso di questo bambino mezzo austriaco e mezzo italiano. Ma non erano tempi facili, anzi, tutto si complicò dolorosamente, ma questa é un’altra storia.

Lui morì troppo presto, era ancora giovane.

Grazie di questa intervista, mamma.

Grazie a te.

FINE


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