VACCINI E PSICOFARMACI: QUALE VERITA’? PRIMA PARTE DEL RESOCONTO
18 04 2008
Fonte: associazionesaras.it
VACCINI E PSICOFARMACI
QUALE VERITA’?
PRIMA PARTE: PSICOFARMACI
Resoconto del 2° Meeting Nazionale
medico scientifico - 6 aprile 2008
SaraS Associazione Culturale
per la salvaguardia della Vita sul Pianeta TerraLa malattia, problema che da sempre interessa l’uomo, un qualcosa che può sconvolgere le nostre abitudini, i nostri parametri e le nostre esistenze.
Ma cosa è la malattia e soprattutto, cosa è la malattia detta “psichica”?
È oggi molto facile e forse anche comodo, riportare tutto ad un discorso di tipo “clinico” e pensare di “curare” preoccupandosi solamente di cancellare i sintomi di una patologia.
Sarebbe più esatto, invece, parlare di “soppressione di sintomi” con tutte le conseguenze che possiamo immaginare.
Spesso questa soppressione è considerata come l’unico obiettivo da raggiungere qualunque sia il prezzo che il paziente deve pagare sulla sua salute.
Le tematiche affrontate nel secondo Meeting nazionale medico scientifico organizzato da SaraS hanno fatto chiaramente capire questo mettendo il pubblico davanti a tutte quelle situazioni, sovente dogmatiche, che spesso abbiamo passivamente accettato, senza nemmeno porci delle domande.
I problemi affrontati nel convegno hanno messo in discussione diversi “dogmi” che la stessa scienza medica ufficiale imponecome indiscutibili.
Nel caso del problema degli psicofarmaci usati per bambini il dogma che di sicuro appare molto evidente è quello di tipo sociale. La nostra società sembra ormai essere incapace di interrogarsi su sé stessa.
In fondo, qualsiasi gruppo ha come principio sostanziale la sua auto sopravvivenza. Una persona che non sia allinea al gruppo ne rimane automaticamente esclusa. La paura della solitudine come causa principale delle problematiche mentali era stata sostenuta, in passato, da personaggi degni di nota come Eric Fromm e da molti altri.
Ecco nascere una nuova sindrome infantile, dal nome particolare: “ADHD” (Attention deficit hyperactivity disorder) vale a dire: “Disturbo da deficit dell’attenzione e disordine da iperattività”.
Disturbo dell’attenzione: espressione che evidenzia in modo molto chiaro una sindrome sociale: un bambino che non mostra attenzione, che è distratto, che non segue ciò che l’adulto propone, che appare svogliato, privo di interesse, forse perché non interessato a quanto gli viene proposto.
Iperattività è una parola, dai mille possibili significati che identifica, almeno ad uno sguardo d’insieme, un bambino che si muove spesso, che non riesce a stare nello stesso posto per molto tempo, un bambino annoiato e stanco.
Spesso in queste situazioni non si vuole capire che alla base c’è un disagio sociale. Il bambino in questione non accetta quanto gli viene proposto. L’iperattività, il disturbo dell’attenzione, è soltanto una non accettazione di quanto viene proposto dalla società. Il bambino, che non ha tutte le difese e gli “obblighi interiori” dell’adulto, reagisce come meglio ritiene opportuno: se ne va, rifiuta quanto gli viene richiesto.
Questa potrebbe davvero essere un’occasione, da parte di noi tutti, per interrogarci, su come viene impartita l’educazione.
La società di oggi sembra non accettare questi comportamenti e li considera anormali, comportamenti da curare. Così con la complicità delle case farmaceutiche vengono identificate nuove “sindromi” da trattare con prodotti chimici, tra cui il più noto è il “Ritalin” (Metilfenidato).
La sperimentazione di farmaci di questo tipo, molto pericolosi, vengono effettuate dalle case farmaceutiche che diffondono chiaramente un’informazione parziale e poco chiara.
Le due relazioni che hanno affrontato l’argomento hanno offerto uno sguardo obiettivo ed imparziale, senza attacchi polemici ma semplicemente attraverso opinioni, riflessioni e sguardi sulla vita.
È il caso della prima relazione, di Luca Poma, portavoce dell’associazione “Giù le mani dai Bambini”.
Una intervento che ha saputo dare uno sguardo imparziale quanto obiettivo, iniziato facendo notare come una casa farmaceutica, che permette la diffusione di farmaci pericolosi quali il Ritalin, produca anche prodotti che possono salvare la vita. Non ha quindi senso condurre una crociata contro le aziende produttrici di farmaci, ma serve piuttosto una campagna di informazione corretta ed imparziale.
Viene anche fatto notare come, in alcuni casi, davvero “pericolosi”, si possano anche usare questi farmaci per gestire situazioni difficili.
Viene fatto l’esempio di un bambino che, con una forbice, taglia tutto quanto trova in casa. In questa situazione bisogna intervenire repentinamente per evitare che il bambino possa fare del male a se stesso o ad altri.
La relazione di Luca Poma ha alternato, ad un interessante esposizione contributi filmati di grande interesse (tutti disponibili sul sito dell’Associazione,all’indirizzo: www.giulemanidaibambini.org/videoclip.php).
L’ultimo presentato è stato, secondo me, quello che più ha evidenziato il rapporto tra aspetto clinico e sociale del problema.
Due specialisti: il Prof. Antonucci, noto psicanalista, ed il Prof. Bonomi, che è stato ai vertici della ricerca di una casa farmaceutica.
Un bellissimo “botta e risposta” su tematiche importanti da cui emerge come oggi, per motivi di business, una semplice vivacità tipica di un bambino venga paradossalmente considerata una patologia.
Si accenna anche al “terrorismo psicologico” al quale, purtroppo molto spesso, vengono sottoposti i genitori dei bambini. Viene raccontata una storia, purtroppo triste, di un bambino di 12 anni morto, negli Stati Uniti, a causa di questi prodotti. I genitori non volevano somministrargli gli psicofarmaci imposti dai medici della scuola, ma hanno ceduto alla minaccia di espulsione del bambino.
E’ importante conoscere per poter evitare che capitino il ripetersi di situazioni come questa.
L’Associazione “Giù le mani dai bambini”, nata circa 4 anni e mezzo fa, è oggi molto attiva e si avvale della collaborazione di 187 enti ed 11 università, inoltre conta su circa 260.000 utenti. Gli accessi al portale web, nell’ultimo anno, sono aumentati dell’800%.
Diversi personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo aderiscono alle sue iniziative, tra i quali Beppe Grillo, il DJ Linus, Valeria Golino e molti altri.
Luca Poma sostiene ripetutamente che è importante intervenire informando, soprattutto in strutture direttamente interessate, come le scuole e le Unità Sanitarie Locali attraverso la diffusione di materiale informativo, ma anche con l’organizzazione di convegni come questi.
Viene sottolineato come uno dei principali nemici da combattere sia il semplicismo e come non occorra combattere un prodotto ma un “sistema”, una logica sbagliata.
Il modo con cui questa patologia (l’ADHD) viene diagnosticata, appare molto superficiale ed aleatorio. Non vi sono, infatti, diagnosi che possono definirsi oggettive.
Il metodo diagnostico più utilizzato è un semplice questionario, con domande spesso banali ed insignificanti, quali: “Tuo figlio interrompe spesso gli adulti”?; “Tuo figlio si alza spesso dalla sedia”? e così via. Bastano sei risposte positive ed il bambino è etichettato come “malato”, e sovente trattato con potenti psicofarmaci.
Naturalmente la diagnosi è molto variabile a seconda di chi esamina il questionario. Se, ad esempio, a Bologna un soggetto non è giudicato “malato”, a Torino potrebbe esserlo!
Le statistiche sono inquietanti: il consumo di psicofarmaci da parte dei bambini, negli Stati Uniti, è passato da 150.000 nel 1970 a 11 milioni nel 2004.
In Italia, oggi, si stanno facendo circolare i primi questionari, e sono in fase di apertura 100 centri “pilota”. Si stima che, a breve termine, in Italia, potrebbero essere 800.000 i bambini trattati con psicofarmaci. Già oggi, comunque, si stima che siano già 60.000 le famiglie che hanno un figlio trattato con piscofarmaci, un dato inquietante, soprattutto perché in questi casi le terapie alternative non sono quasi mai utilizzate.
Il metilfenidato, infatti, non può essere associato agli anfetaminici, che hanno come unico scopo quello di “sopire i sintomi”. Quando l’effetto cessa, si può anche andare incontro a quello che, in termini medici, si chiama “effetto rimbalzo” ovvero un forte peggioramento dei sintomi, che possono stimolare comportamenti anche aggressivi e violenti.
Addirittura certi spot proposti rasentano il terrorismo psicologico come quello della Novartis, il quale mostra un piccolo polipo solo, che non si inserisce nella vita sociale. Questo trova un pesciolino, che rappresenta il Ritalin (prodotto appunto dalla Novartis) che gli dona la possibilità di migliorare i rapporti con gli altri e di essere felice.
In seguito alla cura, come viene fatto notare dalla campagna promozionale, il bambino poi diviene trattabile, e scherzosamente “fa i compiti” che prima rifiutava di fare: non c’è dubbio che i bambini sono divenuti il bersaglio di pratiche di marketing precise volte a promuovere prodotti pericolosi che compromettono la salute dei nostri figli!
Canoni sociali e regole imposte impediscono quindi ai bambini di vivere le condizioni tipiche della loro età e li obbligano ad assumere atteggiamenti da adulti. Oggi, infatti, ad un bambino non viene “permesso” di annoiarsi. Allo stesso modo non gli viene permesso di “essere triste”, eppure, la sofferenza, non soltanto per il bambino, è un momento importante di crescita e non bisogna reprimerla, almeno quando questa non giunge a livelli di insopportabilità per la persona.
Come lo stesso Dott. Bonomi commentava, un bambino non è un adulto più piccolo. Ha un suo metabolismo le sue caratteristiche sono uniche e devono essere rispettate.
Immaginate quale sarà l’impatto psicologico sul bambino che si sente etichettato come “malato di mente”.
Oggi vi sono ben 184 patologie che “mimano”, a livello di effetti, l’ADHD ed è importante tenerle presente. Anche alcune intossicazioni da prodotti quali il mercurio ed alcuni tipi di coloranti, possono dare effetti simili al Ritalin.
Il farmaco ha effetti collaterali spesso davvero terribili che hanno provocato anche diversi decessi. Un video, sul sito di “Giù le mani dai bambini” è un davvero toccante omaggio alle morti causate da questo farmaco, tra esse, da citare la forte incidenza di attacchi cardiaci.
Inoltre, si può dire che il prodotto, inibendo la ricaptazione della dopammina, ne inibisce al cervello la produzione. Un bambino trattato con metilfenidato potrebbe un giorno diventare un adulto parkinsoniano.
Anche nel successivo dibattito emerge la facilità con cui questi prodotti vengono prescritti e somministrati.
Bisogna dire che il farmaco non guarisce, ma toglie temporaneamente soltanto un sintomo (spesso presunto). Occorre risalire alle cause, alle ragioni di un disagio, per curare davvero, per ottenere dei risultati veri duraturi che hanno effetti a lungo termine e soprattutto non compromettono la salute delicata dei bambini.
Inoltre, viene anche sottolineato, nel dibattito, come sia proprio la mancanza di conoscenza e di informazione a generare il consumo di questi farmaci. Basterebbe far sì che i genitori venissero avvertiti del pericolo di questi prodotti per poterli rifiutare.
Un altro farmaco utilizzato per la cura dell’ADHD è lo Strattera.
Il suo principio attivo è l’Atomoxetina. Il prodotto è diffuso dalla Lilly. Sul Sito “ufficiale” del prodotto: www.strattera.com/index.jsp si può vedere un esempio di pubblicità possibile: un bambino felice e spensierato. La pubblicità che recita che il bambino può mantenere l’attenzione per tutto il giorno.
Il secondo intervento a cura della Dott.ssa Regina Biondetti, medico psichiatra psicanalista, ha riprende, in una forma leggermente differente, il problema degli effetti del farmaco, e dei test utilizzati offrendo anche diversi esempi specifici.
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Di sicuro, la dichiarazione del Dott. Bonomi, citata in precedenza, trova qui un’immediata applicazione. Il metilfenidato, infatti, è un anfetaminico, non così diverso dall’ecstasy, che fa tanta paura ai genitori dei frequentatori di alcuni tipi di locali, dove questo prodotto viene utilizzato. Il suo componente chimico è l’MDMA, vale a dire Metil desossimetamfetamina. Si tratta di un prodotto molto tossico, che in un adulto, genererebbe eccitazione (nel citato Strattera viene vantato il fatto che non è stimolante) nel bambino invece agisce come sedativo (questo è quanto viene dichiarato).
L’effetto è che il bambino esegue tutto ciò che gli viene detto in modo meccanico, ripetitivo e non creativo, quasi come se fosse ipnotizzato; quindi, sotto l’influenza dei farmaci diviene un “bambino ubbidiente”, ma senza stimolo e creatività.
I test che vengono utilizzati per la diagnosi dell’ADHD talvolta sono davvero sconcertanti.
Ne vengono citati due.
Nel primo vengono mostrati al bambino, una sequenza di numeri e ogni volta che compare lo 0 seguito da 1 deve premere un bottone.
Il bambino inizia a dare le risposte giuste per i primi tre minuti poi si annoia e dice che il test è noioso. Nel frattempo, passano sequenze di numeri 0 ed 1. In seguito decide che non vuole più rispondere perché si annoia. Quindi, le successive serie, non vengono identificate.
Questo test, detto CPT (Continuous performance Test. Vedi in inglese: www.devdis.com/conners2.html) è sufficiente per identificare, nel bambino, un disturbo da deficit dell’attenzione.
Il secondo test appare ancora più incredibile.
Vengono mostrate al bambino delle figure ed il suo compito è di sovrapporle in modo che combacino. Il bambino riesce nell’impresa ma allo psicologo non basta quindi chiede come ha fatto, con quale ragionamento logico, ha sovrapposto gli oggetti.
Il bambino risponde che non lo sa, che gli è “venuto così”, che è corretto. Infatti, l’intuizione appartiene al mondo di ciò che non può essere così spiegato.
Nonostante questo lo psicologo incalza ancora chiedendo cosa avrebbe fatto se avesse sbagliato. Il bimbo risponde che avrebbe provato tante volte, infatti, per lui, lo sbaglio non è un dramma, ma un’occasione per apprendere.
Lo psicologo però insiste, chiedendo cosa avrebbe fatto nel caso che non avesse potuto sbagliare. Comincia così una forte pressione psicologica (negativa) sul bambino che semplicemente risponde che sarebbe stato molto attento.
Ciò rivela come il bambino, a differenza dell’adulto non voglia “padroneggiare il pensiero”, infatti così facendo il pensiero il pensiero sparisce. Il pensiero ha come grandezza proprio il fatto di non essere circuibile. Le più grandi scoperte sono giunte proprio quando si riusciva ad uscire dagli schemi preconfenzionati o imposti, così sono state fatte le grandi scoperte e invenzioni.
Il concetto di padroneggiare il pensiero sembra ignorare il fatto che almeno il 95% dei nostri processi mentali è inconscio.
Tuttavia lo psicologo, che forse, malgrado la sua laurea, ignorava questo, non è contento e spinge il bambino a cercare un modo per dare una risposta che tuttavia non giunge perchè l’esito dell’esercizio è il risultato di un forte pensiero creativo, la creatività non si padroneggia!
Il bambino, infatti, vive in un mondo completamente suo, personale. Questo “pensiero strategico”, tipico della psicologia cognitivo – comportamentale, chiede invece una gestione ed un controllo dei pensieri, cosa che urta fortemente con lo spirito del bambino il quale invece è libero e vede tutto come un possibile gioco.
Dunque le risposte del bambino non vengono accettate dallo psicologo che ha anche in questo caso emesso una diagnosi di ADHD.
Dopo aver mostrato atteggiamenti del tutto tipici della loro età i due bambini sono oggi trattati con psicofarmaci.
In altri casi sono state emesse diagnosi ancora più incredibili.
Ad un ragazzo aveva fatto un commento, del tipo: “che bello, oggi ho preso una nota” gli è stata diagnosticata una deficienza all’emisfero sinistro, ragione per cui vedeva una nota come positiva.
Un altro caso riguarda bambini che si alzano spesso dal banco che si sono visti diagnosticare un’alterazione del “lucus of control”.
Queste situazioni possono far sorridere ma purtroppo rappresentano la triste realtà quotidiana, per tutti coloro che si trovano a vivere queste problematiche.
Viene ribadito come il dolore sia una forza e non bisogna fabbricare una felicità in pillole, che non crea nulla di positivo, impedendo al bambino, di fatto, di sentirsi vivo.
La relazione si sposta sul tema delle regole. Si cerca di rispondere ad una domanda sostanziale: quello che il bambino vuole è una società senza regole? Oppure la regola è un valore positivo?
Potremmo dire che l’anarchia è l’anticamera di una dittatura, infatti, senza alcuna regola, ognuno può imporre di fatto le proprie permettendo che la legge del più forte abbia il sopravvento.
Immaginiamo, inoltre, una partita di calcio senza regole e senza la possibilità di assegnare un fallo. Le conseguenze sarebbero inimmaginabili.
Se è vero, quindi, che la vita è gioco così come l’apprendimento, è pur vero che un gioco ha le sue regole. Le deve avere. Non si può iniziare alcuna partita senza.
Questa è anche la tesi della Dott.ssa Biondetti: “per poter iniziare una partita, è necessario fissare delle regole” afferma.
Le regole devono essere il più possibile condivise dal bambino, e non imposte, ma ci devono essere.
Le regole sono richieste dallo stesso bambino, che le vuole.
La regola, per il bambino è una sfida all’adulto. Anche il meccanismo della provocazione può far parte del gioco.
Una regola, naturalmente, non deve essere rigida, nel senso che è un punto di partenza, qualcosa su cui partire. Via libera, invece, al rigore, che può essere visto come precisione, e quindi ha un valore positivo.
E’ importante da sottolineare questa differenza tra rigore (precisione) e rigidità (spesso sinonimo di chiusura ed incapacità di cambiare e mettersi in gioco).SEGUE CON LA SECONDA PARTE : VACCINI
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