il Corriere intervista Renzo
15 03 2008Renzo Samaritani intervistato dal Corriere della Sera. (cliccare due volte su “start”)
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«Mamma, non ti imbarazza?». «Cosa?». «Questa intervista». «No, mi hanno intervistata in moltissimi». La storia alla fine si ripete sempre. Dalla madre ci sia allontana spesso. E dalla madre si ritorna, a un certo punto. Le si chiede di raccontare il suo passato per capire il proprio presente. La storia che si ripete di generazione in generazione.
In modo ciclico. Ma alcune storie sono più complicate di altre, più dolorose, e allora il ciclo che si ripete si conficca nell’anima come un coltello. Perché non può non fare la differenza che la donna che Renzo Samaritani intervista dopo un lungo periodo di silenzio e di distacco sia la scrittrice Helga Schneider. A sua volta figlia di un passato pesante e di una madre che l’aveva abbandonata all’età di quattro anni per entrare nelle SS e prestare servizio come guardiana nei campi di sterminio nazisti, ultimo dei quali Auschwitz-Birkenau. Così come Helga nel ’71, dopo trent’anni di distacco, parte da Bologna (dove era andata a vivere ventenne con il marito incontrato in Italia), ritrova la madre anziana a Vienna e scopre che la lasciò piccolissima per seguire la (mai rinnegata) fede nazista, anche Renzo ha da poco «ritrovato» le sue radici.
E all’età di 40 anni può dire con serenità: «Adesso ho una madre». Perdonata solo da poco per aver raccontato a tutto il mondo, attraverso i suoi libri, quella storia sconvolgente. Atutto il mondo, ma non a lui. Che solo nel ’95, attraverso l’opera prima della madre, Il rogo di Berlino, viene a conoscenza delle sue radici. Scoprendosi improvvisamente il nipote della guardiana di Auschwitz e il figlio di una dei bimbi ospiti del Führer nel bunker di Berlino. «Ero già fuori casa dall’85 — racconta Renzo — e con mia madre i rapporti erano interrotti da tempo, ma quando scoprii la verità non le perdonai di avermi lasciato fuori dal suo passato. Era anche il mio passato». Poi tre anni fa si è presentato a casa della madre, ha conosciuto prima la scrittrice, poi la donna, infine la mamma. L’avvicinamento lento di «un’artista prussiana severa» con un «mezzo prussiano», dice Renzo, emozionato nel parlare per la prima volta «in qualità di figlio di Helga Schneider».
Adesso che si è riconciliato con il passato della madre, scrittrice fin da ragazzina, ormai un caso letterario, Renzo è diventato il suo più intimo collaboratore. Cura con la scrittrice il nuovo blog (http://helgaschneider.wordpress.com) dedicato a lei. Ma soprattutto a lei e a lui. La loro storia che torna a intrecciarsi tramite la parola letteraria.
Renzo, un lavoro part-time da buttafuori in un locale notturno, gli stessi occhi blu della mamma e la stessa passione per la scrittura, vorrebbe infatti pubblicare qualcosa di suo. Intanto, scrive piccoli racconti sul blog. Dove il «pezzo» forte è l’intervista alla madre aggiornata periodicamente dopo le lunghe chiacchierate notturne. La storia che si ripete (e si ribalta).
L’intervista del figlio Renzo alla madre che arriva 30 anni dopo per riempire il buco nero lasciato alla scrittrice dalle domande che lei, a sua volta, fece alla mamma durante l’incontro raccontato in Lasciami andare, madre. Quell’agghiacciante momento in cui l’anziana ricorderà con atroce precisione la sua facoltà di vita e di morte sulle prigioniere ebree a Birkenau.
Una madre spietata che dice fiera: «Io resto ciò che ero». Da quel momento Helga Schneider si distaccherà per sempre da lei: il suo passato. Aspettando il ritorno del figlio Renzo: il presente che ha riempito quel buco nero.
Daniela Corneo










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