GaneshCafè

25 02 2008

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Spalmabile alla carota

25 02 2008

 

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Piu’ semplice di così un formaggetto spalmabile non puo’ essere!!

Preparazione:
Prendiamo il nostro frullatore, una carota gia’ lessata in acqua e sale, due o tre cucchiai di tofu non aromatizzato, un goccio di panna vegetale, dell’olio extra vergine di oliva ed un pizzico di brodo vegetale granulare o sale q.b.

Mettiamo nel frullatore prima il il tofu, poi olio, sale o granulare di brodo e panna… Facciamo andare emulsionando il tutto ben bene… Si formerà una cremosa bianca… Per ottenere il nostro spalmabile alla carota, aggiungiamo la carota e frulliamo ancora bene…

Aggiustiamo infine di sale o qunt’altro fino a raggiungere il sapore più gradito e poi via… Spalmiamolo su del bane bruschettato…..

Ingredienti:

Tofu

Panna vegetale

Carota

Olio extra vergine di Oliva

sale o brodo vegetale granulare

Spalmabile alla carota




Calendario CSB 2008

25 02 2008

 

 


Calendario 2008 - Emilia Romagna

• Domenica 9 marzo, 30 marzo, 13 aprile, 4 maggio, 25 maggio - 2008 ore 10,30-12,00
Introduzione alla Bhagavad-gita - Sede CSB Bologna
• Giovedì 28 febbraio, 6 marzo, 27 marzo - 2008 ore 20,30
Corso Introduttivo alla Psicologia Indovedica - Beatrice Ungarelli e Silvia Minguzzi - Sede CSB Bologna
• Sabato 1 marzo e 19 aprile - 2008 ore 16,00
Corso Introduttivo all’Ayurveda - Dr. Susy Bennati, Ph.D. Ayurvedic Psychology - Sede CSB Bologna
• Sabato 8 marzo, 29 marzo e 12 aprile - 2008 ore 15,30
Corso Introduttivo al Sanscrito - Dott. Iacopo Nuti - Sede CSB Bologna
• Domenica 9 e 30 marzo - 2008 ore 15,30 - 16,30
Il Pancatantra: i cinque libri della Saggezza - Sede CSB Bologna
• Martedi’ 11 marzo e 1 aprile - 2008 ore 20,30
Poesie e Musica dell’India classica - Sede CSB Bologna
• Dal 21 al 25 marzo Seminario: Yoga-sutra e Bhagavad-gita di Marco Ferrini, Ph.D. Psychology
presso Casa Vacanze a Pinarella di Cervia (RA)
• Sabato 5 aprile 2008 ore 15,30 - 20,00
Conferenza: L’Io, l’inconscio e le maschere del sè - Marco Ferrini, Ph.D. Psychology - Bologna
• Domenica 6 aprile 2008 ore 15,30 - 19,30
Conferenza: Dall’Eros all’Amore - Marco Ferrini, Ph.D. Psychology - Rimini
• Giovedì 17 aprile, 24 aprile e 8 maggio - 2008 ore 20,30
Ciclo di lezioni - “Dall’Eros all’Amore: Viaggio alle sorgenti della Felicità”
Silvia Minguzzi e Beatrice Ungarelli - Sede CSB - Bologna
• Domenica 20 aprile 2008 ore 9,00 - 18,00
Corso di cucina Vegetariana - Chef Simone Salvini – Sede CSB - Bologna
• Domenica 27 aprile 2008 ore 9,30 - 19,00
Seminario - Vastu (Scienza dell’abitare) - Arch. Dr. Alessandro Checchi - Sede CSB- Bologna
• Sabato 3 maggio - 2008 ore 16,00
Incontro introduttivo al seminario: L’Io, l’inconscio e le maschere del sé -Dr.ssa Beatrice Ungarelli - Sede CSB - (BO)
• Sabato 10 maggio (ore 15-19) e domenica 11 maggio (ore9,30-19,00)
Seminario- L’Io, l’inconscio e le maschere del sè - Marco Ferrini, Ph.D. Psychology - Ozzano dell’Emilia - (BO)
• Autunno 2008 -Seminario ECM (Educazione Continua in Medicina) riconosciuto dal Ministero della Salute organizzato dall’ASL di Mirandola - (MO) - Elaborazione dell’Evento Morte: data in via di definizione.
Per informazioni e prenotazioni:
Dott.ssa Beatrice Ungarelli - Centro Studi Bhaktivedanta - Accademia di Scienze Tradizionali dell’India
Via Irma Bandiera 3/2 Bologna - csb.bologna@c-s-b.org - b.ungarelli@c-s-b.org
www.c-s-b.org - www.csbstore.com
tel. 051432940 - 051.798921 - Cell. 339 301 4706




CI CREDETE, SE VI DICESSI… ?

25 02 2008

 

Fonte: Stazione Indaco

Sarah l’autrice di questa brano ha 11 anni,
è la nipote di nonno Franco, un mio caro amico, ed è una bambina veramente speciale, come lo sono tutti i bambini del resto, alcuni di loro però sembrano avere già dai prima anni di vita una coscienza risvegliata, ed una sensibilità superiore, naturalmente stiamo parlando dei cosiddetti bambini indaco, cristallo, arcobaleno, chiamateli come preferite, insomma i bambini della nuova era.

Mi piace pensare a loro non come a dei diversi, ma a bambini con una maggiore capacità di esternare il proprio sentire, un sentire condiviso con tutti i loro coetanei, credo sia questa la differenza sostanziale, essi sono gli ambasciatori di tutti i bambini del  mondo, ed anche del nostro bambino interiore.

Certamente molti di voi, nei panni di genitori, nonni o zii hanno a che fare quotidianamente con questi esserini, e non è certo un caso che essi siano presenti nelle vostre famiglie, da un lato in queste famiglie, hanno trovato l’humus che ha permesso loro di far maturare precocemente le loro qualità, e dall’altro nelle loro famiglie c’è anche chi ha la conoscenza e la consapevolezza per riconoscerle queste qualità.

Per questo invitiamo tutti coloro che sono in contatto con questi bambini, ad inviarci i loro disegni, pensieri, composizioni, poesie, ecc… e se ancora non scrivono, trascriveteci voi le loro affermazioni, i loro pensieri i dubbi, le domande e le risposte che si danno…. sarebbe bello se se ci raccontaste la vita di questi cuccioli umani, cosa fanno, cosa dicono, cosa provano… le loro esperienze, gli aneddoti, le loro storie di vita vissuta…

Se ci perverrà del materiale, lo pubblicheremo in un apposito spazio nella sezione Stazione Indaco del sito, e se ce ne invierete abbastanza, perchè no, potremmo anche pensare di inserirli in un libro, edito dalla Stazione Celeste, che dia voce a questi bambini.

Che dite vi piace l’idea?

Allora scriveteci.

Saluti & Sorrisi :)

Pietro)*

)*(Stazione Celeste)

CI CREDETE?

Se vi dicessi che non esistono due sessi?

Se vi dicessi, che l’unico motivo per cui prendon forme è per essere di più?

Se vi dicessi che non cambia niente, fra un bimbo o una bimba?

Voi mi credereste se vi dicessi tutte queste cose?

Per i bimbi non cambia maschio o femmina,

ma quando cresci,

perdi le tue capacità di osservare con occhi brillanti il mondo,

perchè viviamo in un mondo di costrizioni, paure, di non essere come bisogna.

Che importanza ha se io voglio una palla di cuoio,

o con scritto pallavolo?

Cosa cambia se mi vesto di rosa o di azzurro?

A voi cosa cambia?

Ognuno dovrebbe essere libero di essere quello che vuole essere,

non quello che gli altri si aspettano che sia,

non quello che le altre vorrebbero sia,

quello per cui tu possa dire di piacerti…

e non ti fa vergognare di essere te stesso.

Un mondo, senza costrizioni

o distinzioni,

non è un sogno,

la prossima realtà… io ne voglio far parte.

Sarah

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Maionese di avocado - Vegan Blog

25 02 2008

 

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L’avocado per me è una specie di jolly, è uno dei pochi frutti freschi ricco in grassi (prevalentemente monoinsaturi) e povero di zuccheri, questa caratteristica lo rende ottimo per abbinamenti dolci e salati, in macedonie come in insalate. 

Questa maionese vegana è un mio cavallo di battaglia, è semplice ma sarà necessario avere un buon avocado al giusto grado di maturazione, al tatto deve essere cedevole ma non troppo molle, la polpa deve essere sempre abbastanza soda e il colore verde pastello.

Questo è un classico della cucina crudista rivisitato con qualche spezia per esaltare la nota rotonda dell’avocado, molto consigliato per ricche insalate (italian vegan salad) o fingerfood.

Ingredienti :- 1 avocado grande maturo
- 1/2 limone (succo)
- 4 cucchiai di olio extra di oliva
- prezzemolo a piacere
- 1/2 cucchiaino di cumino (anche il curry piccante è ottimo)
- 1/2 cucchiaino di sale aromatico per verdure
- origano secco da spolverare (facoltativo)

Preparazione:

Sbucciare l’avocado e tagliarlo grossolanamente, versare subito il limone per evitare che scurisca con l’ossidazione. Frullare tutti gli ingredienti fino ad ottenere una crema densa ed omogenea priva di grumi.
Per preparare guarnizioni o estetici fingerfoods consiglio un sac-à-poche, senza comprarne uno apposta consiglio un semplice sacchetto freezer con un angolo tagliato…

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Maionese di avocado - Vegan Blog




BABAJI E IL MISTERO DEI MAESTRI IMMORTALI DELL’HIMALAYA

25 02 2008

 

—– Original Message —–
From: Guido Da Todi
To: lista_sadhana@yahoogroups.com
Sent: Thursday, November 08, 2007 10:04 AM
BABAJI E IL MISTERO DEI MAESTRI IMMORTALI DELL’HIMALAYA
di Francesco Lamendola
Da tempi immemorabili le popolazioni indiane e nepalesi che vivono nelle solitarie vallate pre-himalayane parlano di santi uomini che vivono ad alta quota, in perfetta solitudine, dediti alla meditazione e alla preghiera.


[ Sri Babaji ]

Non hanno fuoco per scaldarsi nelle gelide notti, anzi sono soliti fare il bagno nelle acque freddissime del sacro Gange, vicino alle sorgenti. Non hanno neanche scorte di cibo, e loro unico riparo sono anfratti e grotte naturali. Pochi li hanno visti, sebbene molti ne parlino; pellegrini diretti alle sorgenti del sacro fiumi, contadini e pastori, di tanto in tanto, ne danno notizia.
Quello che più colpisce, in tali venerabili eremiti, è l’estremo vigore fisico, la giovinezza senza età, talvolta una sorta di alone luminoso che sembra risplendere loro sulla fronte e che pare emani dal loro capo; e la bruciante intensità dello sguardo. Spesso sono poco vestiti, eppure paiono sopportare il rigido clima montano con particolare naturalezza; si dice che possano asciugare una tunica bagnata nell’acqua fredda in pochi minuti, semplicemente indossandola, col calore che si sprigiona dal loro corpo.
Ma la cosa più stupefacente e, per una mente occidentale, più difficile da credere è che a questi santoni (che, a parere di alcuni, potrebbero anche essere diverse manifestazioni di un’unica persona) viene attribuita un’età molto, ma molto più avanzata di quella che dimostrano; anzi, molto più avanzata di quella di un comune essere umano. Si parla di cento anni, ma
anche più; si sussurra che alcuni di essi sono stati visti a intervalli di decenni, perfino di secoli, e sempre col medesimo aspetto vigoroso e giovanile.
Il pensiero corre ai “santi immortali” del taoismo o, nel caso delle culture europee, agli artefici vittoriosi della “Grande Opera” alchemica, al conte di Saint-Germain e, in pieno XX secolo, al mitico Fulcanelli, l’elusivo autore di opere come Le dimore filosofali e Il mistero delle cattedrali.
E’ verosimile che, in accordo con gli insegnamenti dello Yoga, alcuni abbiano raggiunto lo stadio di siddha, essere perfetto; altri di jivanmukta, liberato mentre vive; altri ancora, forse, lo stadio supremo di paranmukta, supremamente libero, anche dalla morte: che è l’ultimo stadio trans-umano, prima di giungere alla suprema liberazione dell’avatar, dotato di un corpo di luce e ormai pienamente liberato da ogni vincolo della natura, compresi lo spazio e il tempo.
Davanti a tali possibilità, inevitabilmente il pensiero analitico-razionale dell’emisfero sinistro si domanda: “Possono succedere simili cose?”. Se lo è chiesto anche il bravo Tiziano Terzani che, nella sua ultima intervista, ha parlato di uno sciamano siberiano di trecento anni, capace, si diceva, di curare qualunque malattia; salvo poi verificare che era solo una leggenda, “perché - sue testuali parole - nessun uomo può vivere fino a trecento anni.” E se lo è chiesto anche quella strana figura di studioso del taoismo che è stato il francese Puget, ex militare nell’Indocina del primo Novecento, autore del suggestivo saggio L’immortalità fisica.
Ma il problema, crediamo, posto in questi termini, risulta difficilmente comprensibile. Infatti, non si può comprendere un fenomeno di tale natura con le categorie mentali proprie della ragione strumentale e calcolante. Giustamente Mircea Eliade, il grande storico delle religioni (per fare solo un esempio), quando descriveva il “volo” dello sciamano nella sua opera fondamentale Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi, si rifiutava di entrare nel merito se il volo fosse da intendersi esclusivamente in senso mistico e psichico o anche in senso fisico-materiale. E la stessa attitudine assumono gli studiosi dello sciamanismo presso i popoli indiani delle due Americhe.
Chiedersi se sia solo la mente a “volare”, magari con l’aiuto di sostanze allucinogene o, comunque, di stati alterati di coscienza (e ciò vale anche per i dervisci ruotanti, nella tradizione sufi dell’Islam) oppure se ciò avvenga anche con il corpo, significa ricadere in quello sdoppiamento artificiale di res cogitans e res extensa di cartesiana memoria, che mutilando l’essenziale unità dell’Essere, tanto male ha recato alla filosofia occidentale negli ultimi quattro secoli.
Il concetto fondamentale che bisogna adottare, infatti, è a nostro avviso che non esiste alcun “occhio esterno” capace di operare una tale distinzione perché, se esistesse, esso non potrebbe vedere se non ciò che l’occhio fisico (ma non l’occhio spirituale) è abituato a vedere, misurare e calcolare. Una tale visione distaccata, oggettiva e, per così dire, neutrale non esiste né potrebbe esistere: la ragione strumentale non dà che ragione strumentale, tertium non datur. Ben lo sanno anche i mistici e i veggenti della tradizione occidentale, sottoposti di tanto in tanto a minuziose indagini allo scopo di smascherarne le “frodi”. Esistevano le “voci” di santa Giovanna d’Arco, fuori del suo orecchio interiore? Il diavolo veniva realmente, cioè come un’entità esterna e oggettiva, a turbare le notti del curato d’Ars? Vedeva o udiva la Signora splendente di luce, fuori della sua psiche in stato di estasi, la giovane Bernadette Soubirous?
Ma torniamo agli antichissimi santi anacoreti dell’Himalaya. E cominciamo col puntualizzare che quei monti non sono, per i popoli che da millenni ne abitano le pendici - sia induisti, che buddhisti - una serie di pieghe tettoniche della crosta terrestre, prodotte dallo scontro della zolla indiana con la zolla euro-asiatica (come dicono i nostri sapienti geologi); né, tanto meno, la magnifica palestra naturale per la smania di gloria e di conquista delle spedizioni alpinistiche occidentali (e, oggi, anche indiane, cinesi e giapponesi) che hanno disseminato di croci i loro fianchi dirupati e che hanno portato fin sopra gli ottomila metri di quota, insieme ai chiodi a pressione piantati nella roccia, alle bombole di ossigeno e a migliaia di tonnellate di rifiuti abbandonati, tutta la loro avidità di conquista e di possesso, la loro vanità narcisistica di primeggiare, il loro sfrenato spirito di competizione, le loro spietate rivalità e inimicizie (al punto di danneggiarsi l’un l’altra con incoscienza criminale, per esempio provocando valanghe per ritardare l’avanzata dei rivali).
No: per le popolazioni locali, quei monti sono, né più né meno, la dimora degli dèi. Non basta: sono esseri viventi essi medesimi, sono a lor volta delle potenti divinità che possono rivelarsi benevole o malevole, a seconda della purezza di spirito, dell’umiltà o dell’arroganza degli occasionali viandanti e pellegrini. Chi sale le loro pendici è indotto a farlo con profonda consapevolezza della propria fragilità, con profonda gratitudine verso una natura viva e animata, dunque con profonda sensibilità “ecologica”, avanzando con passo leggero e rispettoso, evitando ogni inutile rumore e ogni sacrilega sporcizia lungo il proprio cammino.
Superstizioni, leggende, miti di un’umanità “bambina”? Eppure non sono stati pochi gli occidentali che, dismesso l’usato orgoglio e l’abituale supponenza eurocentrica, hanno potuto esperire una tale dimensione spirituale nel rapporto con i monti himalayani; e non solo studisoi e viaggiatori colti, come la francese Alexandra David-Neel, ma anche alpinisti “sportivi” puri, come il tedesco Kurt Diemberger, che ne ha parlato in alcune sue pagine famose.
In un tale contesto, si capisce che il santo immortale dell’Himalaya è una creatura d’eccezione, che ha saputo recidere per sempre ogni legame karmico e che, abbandonandosi con perfetta lucidità e con perfetta fede nell’abisso dell’assoluto, ha superato vittoriosamente gli angusti (e illusori) confini tra lo spirito e la materia, entro i quali, invece, la massa degli uomini quotidianamente si dibatte, simile a ranocchie immerse in uno stagno fangoso, e che scambiano la propria minuscola pozza per l’universo infinito.
Nel celebre libro Autobiografia di uno Yogi, Paramahansa Yogananda parla di un santo venerato, Babaij, capace di portare grandi benefici a coloro che lo invochino e perfino a coloro che ne pronunzino soltanto il nome. Babaij vive da secoli nei recessi più alti delle vallate himalayane, immerso in preghiera e legato alla vita terrena unicamente dal desiderio compassionevole di portare benefici all’umanità ignorante e sofferente, immersa in questo nero Kali Yuga.
Di tanto in tanto si parla di avvistamenti, di incontri, di sconvolgenti esperienze di uomini comuni (ma dallo spirito puro e devoto) con questo essere straordinario che, per usare l’espressione di Sri Aurobindo, ha saputo varcare i limiti della condizione umana e ha raggiunto, mediante l’illuminazione, quella natura sovrumana che è frutto del Risveglio; anzi quella natura più che divina, se è vero che gli dèi, nella concezione del Buddha, vivono beati per innumerevoli millenni, ma infine anch’essi muoiono perché anch’essi appartengono all’impermanenza dell’illusorio mondo fenomenico.
Hariakhan Baba Maharaj è stato visto da testimoni fra il 1800 e il 1900.
Parlava una mescolanza di nepalese, hindi e kurmachal,ma era anche in grado di esprimersi nella parlata del suo interlocutore, da qualunque parte dell’India questi provenisse. Nessuno sapeva di dove fosse giunto, ove fosse nato e quando. Possedeva tutti i siddhas (poteri) di cui parla il terzo libro degli Yogasutra di Patanjali: capacità di rendere il proprio corpo grandissimo o piccolissimo, levitazione, invisibilità, forza sovrumana, telepatia, chiaroveggenza. Era in grado di compiere miracoli; ma, soprattutto, esercitava un particolare fascino, emanava una particolare energia cui era praticamente impossibile resistere.
Fu visto in diversi luoghi dell’India settentrionale fra il 1961 e il 1924; nelle diverse occasioni era segnalato con nomi diversi, ma divenne chiaro che si trattava della stessa persona allorchè un certo Mahendra Brahmachari ebbe una visione nel 1949. Dopo tale evento, quest’ultimo ebbe una intensa conversione spirituale e dedicò i successivi trentacinque anni della sua vita a viaggiare attraverso l’India, raccogliendo ogni testimonianza riguardo a Babaji, di cui era diventato fervente seguace. Ne risultò un libro di testimonianze, intitolato Punya Smriti, adoperando il nome fittizio di Guru Charnasrit.
Un altro libro dedicato alla figura di Babaji, intitolato Hariakhan Baba, known, unknown (”conosciuto, sconosciuto”), di Baba Hari Dass, è stato pubblicato nel 1975 negli Stati Uniti d’America, a cura della Sri Rama Foundation.
Altre notizie su questo straordinario personaggio, e specialmente sulla esperienza mistica e devozionale di un certo Gumani, che divenne suo discepolo, nonché su un curioso episodio avvenuto nel 1914, quando il ministro dell’educazione, Pandit Iwala Datt di Almora voleva far punire Babaji (non riconosciuto come tale) per avergli sorriso, cosa che parve al ministro una mancanza di rispetto, metre poi si vide che quel sorriso nasceva da un reale episodio di chiaroveggenza che lasciò tutti senza parole, si possono trovare su Internet. Vi sono perfino due fotografie che lo ritraggono seduto in meditazione, nella posizione del loto, e che sarebbero state scattate da un certo Sorabij, che poi, al momento di svilupparle, con sua enorme sorpresa, mostrarono due diversi aspetti del personaggio, benché fossero state scattate l’una dopo l’altra: nella prima Babaji indossa una tunica e un copricapo tibetano, nell’altra solo un succinto pezzo di stoffa intorno ai fianchi.
Ricordiamo, infine, che uno dei più famopsi discepoli di Babaji è stato Lahiri Mahasaya, nato nel 1828, che lo incontrò nel 1861 e che ricevette dal Maestro il dono della conoscenza delle sue vite anteriori, e che ebbe l’immenso privilegio di permanere nello stato del samadhi, in cui l’individuo si immerge nel grande flusso della Coscienza Cosmica, per ben sette giorni consecutivi, ricevendo poi la missione di diffondere l’insegnamento dello Yoga nelle regioni periferiche dell’India.
Dopo un lungio periodo di discepolato in solitudine, Lahiri Mahasaya tornò a vivere nel mondo, riprendendo contatto con la sua famiglia e tornando a svolgere il suo lavoro, esempio radioso di un grande illuminato che non volge le spalle all’umanità, ma rimane in mezzo ad essa per guidarla e incoraggiarla con il proprio esempio. Il suo discepolo diretto, Sri Priya Yukteswar, è stato a sua volta il maestro di Paramahansa Yogananda e gli ha
trasmesso, come ben sanno i lettori di quest’ultimo, quell’interesse e quell’amore per le affinità tra Cristianesimo e Induismo, viste come molto più forti degli elementi di diversità (spesso solo apparente).
Yogananda, partendo dalla California, ha dispiegato a sua volta un’intensa opera di predicazione in Occidente, facendosi conoscere da un pubblico vastissimo.
Qualcuno, sentendo parlare di un maestro che vive nascosto, alle pendici dell’Himalaya, da almeno un secolo e mezzo, scuoterà la testa e penserà che molti esseri umani vogliono ancora credere alle favole in questa nostra epoca di vertiginoso progresso (?) scientifico-tecnologico.
Forse, chissà.
Del resto, sarebbe inutile discutere con un tale scettico: per la mentalità scientista e materialista oggi dominante, tutto ciò che non è spiegabile, misurabile e -possibilmente - riproducibile in laboratorio, è solo frode o ignoranza. Se fosse per i nostri Soloni alla Piero Angela, qualche tipo di C.I.C.A.P. (Centro Italiano di Controllo per le Affermazioni sul Paranormale) internazionale dovrebbe organizzare quanto prima una spedizione alle falde dell’Himalaya per sfatare la “leggenda” di Babaji (così come, in Occidente - sia detto fra parentesi - molti credono di aver sfatato per sempre la “leggenda” dello Yeti).
Lasciamoli alle loro tetragone certezze, ai loro tristi dogmi. Essi sono culturalmente così attardati, da non sapere che la stessa scienza più avanzata, in particolar modo la fisica delle particelle sub-atomiche, è pronta a riconoscere la possibilità di tutta una serie di fenomeni ritenuti “impossibili” dalla fisica classica (vedi, ad esempio, il libro di Ugo Plez).
Ma è certo che anche la scienza più avanzata può solo distruggere certe nostre positivistiche presunzioni: per accedere alle verità superiori è comunque necessario un “salto spirituale che, dall’esterno (cioè, oggettivamente) non può essere né descritto, né compreso. E tuttavia rimane sempre attuale l’osservazione di Shakespeare, nell’atto primo dell’Amleto: “Vi sono più cose fra terra e cielo, di quante tutta la vostra filosofia riesca solo ad immaginare. E soltanto l’occhio interiore, allenato dalla meditazione e illuminato dalla Conoscenza, può incominciare a vederle, udirle, accettarle.

LiberaMenteServo - BABAJI E IL MISTERO DEI MAESTRI IMMORTALI DELL’HIMALAYA